«La Banca ha distrutto il lavoro di una vita»

19 Dicembre 2015

Le storie di pensionati, imprenditori e famiglie messe in ginocchio dall’Etruria «Non dormo la notte e spero solo di poter recuperare quanto ho perso»

L’AQUILA. Storie che si intrecciano. Drammi che si consumano dietro i freddi numeri del dissesto della banca Etruria. 1.500 famiglie ridotte sul lastrico, solo nell’hinterland aquilano, cui si sommano i clienti dell’istituto di credito Toscano di Amatrice e del resto del Lazio, che hanno aderito al comitato sorto a Pizzoli.

L’azione legale, messa in campo nel tentativo di recuperare i risparmi andati in fumo, nasconde il lato umano della vicenda: quello di anziani, famiglie, imprenditori che non hanno più nulla. E che tentano, disperatamente, di recuperare il frutto di anni di sacrifici, a tirare la cinghia per mettere da parte qualcosa. Quei risparmi che, di colpo, non ci sono più.

IL PENSIONATO.

È il caso di un pensionato di Pizzoli, 78 anni, di cui quaranta trascorsi come cameriere in un albergo della zona. Come tanti altri, ha perso i soldi racimolati in una vita di lavoro: 50mila euro che, dice, «sarebbero dovuti servire come riserva futura per mia figlia, divorziata, senza stipendio fisso e con due bimbi piccoli da mantenere. Mi fidavo di ciò che mi veniva proposto dal direttore della banca; non potevo neppure immaginare lontanamente il rischio a cui andavo incontro». Già, perché di potenziale rischio, negli investimenti in obbligazioni subordinate, l’Etruria non ha mai parlato. Soldi il cui rientro era dato per certo, con tanto di profitto al seguito. Ma la storia è andata diversamente. «Sono finito sul lastrico», riferisce l’anziano pensionato, «non ho più nulla, se non una modestissima pensione che mi basta a malapena per vivere. Sono disperato. Non dormo più la notte: il pensiero di aver perso tutto mi tormenta. Ciò che mi spinge ad andare avanti è solo la speranza di poter recuperare, almeno in parte, i risparmi che ho perso».

L’IMPRENDITORE.

Analogo sfogo accompagna le parole di un piccolo imprenditore aquilano che nel crac della banca Etruria ha perso 200mila euro investiti in azione e obbligazioni. «Soldi», dice, «che sarebbero dovuti servire, in parte, a far fronte alla contribuzione previdenziale dei dipendenti, accantonati nel tempo anche per pagare il Tfr ai lavoratori. Ho sottoscritto il primo investimento, il più sostanzioso, nel 2006, con scadenza nel 2016. A ruota, mi era stata proposta una seconda opzione, che sarebbe scaduta fra tre anni. Ho perso tutto, anche i soldi necessari per mandare avanti l’attività». 200mila euro che l’imprenditore teme non rientreranno più in cassa. «Risparmi polverizzati in un attimo», sottolinea, «nonostante ci fosse stato assicurato che si trattava di investimenti sicuri, senza rischi».

LE FAMIGLIE.

Nell’esercito dei piccoli risparmiatori aquilani della banca Etruria figurano molte famiglie. «A fatica», spiegano, «avevamo messo da parte somme modeste. Non più di 15mila, 20mila euro. Soldi che non volevamo lasciare fermi sul conto corrente, ma far fruttare in qualche modo. Così, li abbiamo investiti in obbligazioni subordinate. Mai avremmo pensato che sarebbe finita in questo modo». Intanto, fioccano gli esposti delle associazioni dei consumatori. Oltre 1.500 risparmiatori dell’Aquilano e di Pizzoli in particolare, cui si aggiungono i clienti della banca Etruria di Amatrice, di Posta e altri comuni del Lazio, sono pronti a presentare, già nei prossimi giorni, l’istanza di sequestro cautelare dei beni delle persone fisiche e giuridiche indagate nell’ambito dell’inchiesta sulla banca Etruria.

Monica Pelliccione

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