La chiesa di San Gregorio riapre coi soldi di Putin

19 Giugno 2016

L’edificio sacro dell’omonima frazione aquilana pronto per la fine di luglio Mix tra antico e moderno, contatti col governo di Mosca per l’inaugurazione

L’AQUILA. La mattina del 6 aprile 2009 la chiesa di San Gregorio Magno, nell’omonima frazione, era poco più di un cumulo di macerie. Restava visibile solo l’abside, a protezione dell’altare. Oggi al suo posto c’è una nuova chiesa, realizzata rispettando la planimetria della precedente, che conserva, nascosta nell’ingabbiatura di metallo antisismica delle pareti intonacate, le antiche pietre e che sembra quasi scomparire, con i suoi materiali leggeri e i colori tenui, per far luce a ciò che resta di un passato che era impossibile restituire per intero: il verde, l’oro, gli azzurri dell’abside e gli antichi marmi dell’altare maggiore. È il cuore antico che pulsa ancora nel suo modernissimo corpo.

L’ADOZIONE. «A seguito del G8 del 2009, che si tenne all’Aquila, il governo russo decise di finanziare la chiesa di San Gregorio insieme a Palazzo Ardinghelli», spiega il direttore dei Beni culturali Berardino Di Vincenzo. «Per la chiesa sono stati stanziati un milione e 800mila euro. Nel 2011 fu bandito un concorso di idee vinto da un’équipe di studiosi capeggiata dal professore Paolo Rocchi della Sapienza di Roma. L’originalità della proposta era nella struttura: il progetto prevedeva di riutilizzare le stesse pietre provenienti dal crollo, ingabbiandole nel metallo della struttura portante della nuova chiesa. Nel 2013 si è tenuta la gara per scegliere la ditta». A vincere il bando è stata la Sensi di Assisi. «I lavori sono ormai terminati. Nel mese di luglio saranno concluse tutte le operazioni e contiamo, in collaborazione con la Curia e rappresentanti del governo russo, di concordare una data di inaugurazione», continua Di Vincenzo. «Stiamo cercando in questi giorni i finanziamenti per il recupero dell’altare della navata di sinistra, per un totale di 50mila euro, che non era previsto nelle opere iniziali».

IL RESTAURO. A occuparsi del restauro architettonico dell’edificio sacro, per conto della direzione regionale Beni culturali, è stato Antonello Garofalo, che ha lavorato in stretta collaborazione con il responsabile unico del procedimento Clara Cipriani e con Antonella Lopardi, responsabile per la parte storico-artistica. «Abbiamo voluto proporre una chiesa in cui fossero visibili i segni del terremoto», spiega Lopardi. «Le integrazioni sono tutte, per così dire, denunciate. Nella parte absidale è rimasta la decorazione antica e l’altare di marmi policromi, che era stata smontata e ricoverata nell’immediato dopo sisma». Anche sul pavimento è stata operata una scelta di integrazione tra attualità e passato: le antiche pietre opache formano sul pavimento di marmo lucido una croce che conduce all’altare. «Il soffitto, che era un tavolato ligneo dipinto, è stato riproposto con un legno chiaro che restituisce la decorazione del vecchio soffitto, con un bassorilievo», continua Lopardi. «La facciata, già prima del terremoto, era molto essenziale, stile che è stato riproposto, denunciando anche in questo caso la modernità della struttura». I capitelli sulle colonne sono stati ricostruiti in materiale leggero e colore neutro, identici nella forma a quelli originali dorati. «Le tre navate, non più visibili, sono ricordate a terra dal pavimento che mostra l’impianto delle vecchie colonne che davano una spazialità molto ridotta», conclude Lopardi. «Abbiamo cercato di mantenere l’antico, seppure con spazi nuovi e più funzionali».

Michela Corridore

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