La Collemaggio sotterranea svela la storia

Il nunzio apostolico Antonini rilancia l’appello dell’architetto D’Antonio: «Lì riposarono le spoglie di Celestino nel 1300»
L’AQUILA. Trova consensi l’appello, lanciato lo scorso 30 agosto sulle pagine del Centro dall’architetto Maurizio D’Antonio, a restaurare e aprire lo spazio sottostante la basilica di Collemaggio, primitivo insediamento eremitico in quel luogo. Si unisce all’appello il nunzio apostolico Orlando Antonini, esperto di architettura religiosa.
SÌ AL RECUPERO. «Mi unisco all’appello a favore del recupero e valorizzazione, nei prossimi lavori di restauro del monastero di Collemaggio, dell’importantissimo originario oratorio di Pietro del Morrone, sottostante al pavimento della basilica, accessibile solo dal chiostro e purtroppo sconosciuto ai più», scrive Antonini. «Si tratta di un’aula rettangolare ipogea, parallela al sovrastante braccio meridionale del transetto e attualmente impossibile da fotografare perché ancora ingombra dai puntellamenti. Voltata a botte, a manca dà in un piccolo vano coperto da volticella ogivale, mentre, a dritta, immette nei più tardi ambienti a pianta ottagonale, appartenenti alla chiesa celestiniana – la cosiddetta cripta. L’aula in parola (m. 9,24x4,50) si caratterizza per una finestrina cieca sul cui strombo, prima che nei lavori dell’anno 2000 fossero balordamente distrutte, si vedevano decorazioni pittoriche che l’accurato Duilio Miocchi nel ripristino 1969-72 della basilica per fortuna aveva fotografato. Dipinti, che risultano identici a quelli che abbelliscono gli strombi della finestrina absidale di Santa Maria ad Cryptas a Fossa attestando, da un lato, il carattere originariamente sacro di questo vano ipogeo e, dall’altro, una loro cronologia di esecuzione al 1270-80 di quelli della chiesa di Fossa».
GLI AFFRESCHI. «La novità», prosegue Antonini, «è che nel 2011 scoprii che altri resti di affreschi di uguale stile e quindi epoca si stendevano sulla parete rettilinea di fondo. Di essi però, purtroppo, sempre per gli sciagurati lavori eseguiti nel 2000, oggi sono superstiti soltanto brani sulla parete medesima, essendo stata, quest’ultima, squarciata proprio al suo centro per l’inserimento di cavi elettrici sotto traccia. Inoltre, da un foro praticato sull’intradosso della volta si vede che gli affreschi continuano al di sopra della parete d’ambito. I cicli pittorici, insomma, ammantavano l’intero ambiente, aprendo alla possibilità di riscoprirne altri sulle pareti laterali sotto gli scialbi di calce. Negli anni quindi immediatamente precedenti il 1274 dell’apertura ivi della domus monasteriale a stare al manoscritto dell’Arsenal di Parigi, Pietro del Morrone, insediandosi nella promettente nuova città come i Francescani e Domenicani avevano fatto già nel 1255-56, avrebbe aperto a Collemaggio un primo nucleo monastico, per farne la cappella dei monaci, un oratorio forse preesistente, facendolo poi decorare dagli artisti di Santa Maria ad Cryptas e allestendovi attorno delle celle, con utilizzo anche delle grotte dei paraggi, tipo gli eremi celestiniani di Santo Spirito a Maiella o di Sant’Onofrio».
PRIMO NUCLEO. «Finora nessuna fonte documentale ci diceva di trovarci di fronte al primo nucleo monastico celestino del 1274, ma ora ne abbiamo certezza monumentale. Molto verosimilmente fu questo sacello che nel febbraio 1327 ospitò il corpo del Santo recato da Ferentino fino a quando nel 1351, come Buccio di Ranallo registra, le Arti elevarono la prima Cappella di San Celestino. Una volta che ad inizio ‘500 i sacri resti furono traslati dove ora sono, l’oratorio ormai ipogeo praticato dal Santo aveva comunque continuato a essere luogo di culto. Ancora il 17 luglio 1758 infatti, documenta il Lopez, i signori del Magistrato aquilano concordarono con i monaci che, in attesa dell’applicazione di grate di ferro al mausoleo di Celestino V, la vecchia cassa d’argento delle reliquie del Santo si collocasse “all’inizio della scala per la quale si scendeva alla stanza detta del Deposito”. Una stanza del Deposito nella quale doveva scendersi per una scala non poteva essere altro che l’antico oratorio ipogeo di cui stiamo parlando, e per il quale nel 1688 Francesco Bedeschini aveva realizzato il disegno di altare da poco riscoperto dal Pezzuto. La scala si suppone sia stata demolita nel 1807, quando cioè i Celestini furono cacciati via e il complesso incamerato da due enti distinti, la basilica dal Comune, il monastero dalla Provincia. Da allora, abbandonato, adibito a usi umili e fatto andare in degrado, lo storico locale celestino anteriore alla fondazione di Collemaggio fu del tutto dimenticato e cancellato dalla memoria collettiva. Voglia dunque il cielo», conclude Antonini, «che esso venga ben evidenziato nel progetto di ricostruzione e, come invocato dall’architetto D’Antonio, riscattato assieme agli ambienti attigui, recuperato, riaperto al pubblico culto, e ricollegato alla basilica in una simultanea valorizzazione anche turistica».
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