La mafia dei pascoli Allarme dell’Università

7 Febbraio 2020

L’AQUILA. «Un sistema organizzato ad altissimi livelli». Così la professoressa dell’Università dell’Aquila Lina Calandra (ricercatrice del Laboratorio Carto-Lab del Dipartimento di Scienze umane) ha...

L’AQUILA. «Un sistema organizzato ad altissimi livelli». Così la professoressa dell’Università dell’Aquila Lina Calandra (ricercatrice del Laboratorio Carto-Lab del Dipartimento di Scienze umane) ha definito la cosiddetta “mafia dei pascoli”, organizzazioni criminali e aziende che lucrano sui fondi europei, legati all’uso dei pascoli e dei terreni di montagna, la cui presenza si starebbe diffondendo da tempo anche in Abruzzo. La professoressa Calandra è stata ascoltata, due giorni fa, dalla Commissione comunale Garanzia e controllo, presieduta da Giustino Masciocco, su impulso del consigliere Daniele D’Angelo.
Ai lavori hanno partecipato anche l’assessore all’Ambiente Fabrizio Taranta, Domenico Roselli di Coldiretti, Filippo Rubei di Confagricoltura e Luca Tarquini del Consorzio per la Valorizzazione dei prodotti tipici dell’Aquilano. Una lunga ricerca condotta da Calandra («abbiamo realizzato oltre 900 interviste in 99 comuni ricadenti nel Parco nazionale Gran Sasso Laga, nel Parco della Majella e in quello del Sirente Velino»), che ha messo in evidenza un quadro preoccupante: «Abbiamo raccolto più di 100 segnalazioni di eventi criminosi specifiche e circostanziate: minacce più o meno velate, furti di bestiame e di mezzi agricoli, proposte d’affitto dei pascoli a peso d’oro, con la complicità, in alcuni casi, di allevatori locali e di semplici cittadini che si prestano a fare da schermo ad aziende che arrivano da fuori regione, da Nord a Sud, alla ricerca di terreni e di animali da acquistare unicamente per intascare i fondi comunitari dell’Agea (Agenzia per le erogazioni in agricoltura)». Ma perché i pascoli fanno così gola? «Con la riforma della politica agricola comunitaria, nel 2003», ha spiegato Calandra, «si è passati dal riconoscere i contributi in base alle produzioni, ai cosiddetti titoli, calcolati sulla media dei contributi ricevuti negli anni precedenti divisi per gli ettari di terreno a disposizione. Così, chi fino ad allora aveva coltivato in modo intensivo, ha avuto titoli molto alti. Per sfruttarli, però, i titoli andavano “poggiati” su ettari di terreno e così si è scatenata una vera e propria corsa alla terra, che ha portato grandi aziende anche sulle montagne incontaminate dell’Abruzzo, laddove gli agricoltori locali, avendo praticato un'agricoltura non intensiva su ampi terreni, avevano titoli molto più bassi. Per accaparrarsi i fondi, queste aziende hanno portato mandrie di animali, pur non avendo neanche una stalla e in numero non adeguato agli ettari effettivamente disponibili, salvo poi abbandonarle al freddo, libere di muoversi senza alcun controllo e in alcuni casi lasciarle morire di fame».
©RIPRODUZIONE RISERVATA