«La mia arte tra rivoluzione e spiritualità»

5 Maggio 2018

La prossima opera? Una moderna via Crucis Per la città un Centro espositivo permanente 

Duilio Chilante, nella sala riunioni della sede della One Group, società di comunicazione che guida con la moglie Francesca Pompa da oltre 30 anni, ha fatto appendere una scritta che riassume bene le loro personalità e l’approccio alle cose della vita: “Grazie ai sognatori, quelli che creano linguaggi sconosciuti, che immaginano dal nulla nuovi traguardi. Un po’ folli. A volte scomodi. Ma senza la loro immaginazione che ne sarebbe dei nostri sogni?”. Duilio Chilante oggi ha 60 anni, problemi di salute lo hanno un po’ fiaccato ma resta il combattente di sempre, sin da quando aveva 20 anni: sognatore e rivoluzionario con tanta voglia di cambiare il mondo. Difficile definirlo solo un grafico o un pubblicitario. Chilante è un intellettuale a tutto tondo capace di esprimersi con più linguaggi, compresa la pittura. Una recente mostra a Palazzo Fibbioni, attuale sede del Comune, ha svelato proprio il Chilante artista, e artista di grande spessore. Nell’antologica sono state esposte le sue opere pittoriche che vanno dal 1972 al 2017.
Lei è stato bambino negli anni Sessanta del secolo scorso e adolescente nei primi Settanta. Che ricordi ha di quel periodo?
«I miei genitori avevano una pasticceria in via Roma e la mia infanzia l’ho vissuta lì, nel cuore pulsante della città. L’arte è stata sempre al centro della mia vita. Ricordo che cominciai a comprare in edicola i fascicoli della Fabbri sui “Maestri del colore”. Per pagarli, 380 lire a settimana, “rubavo” gli spiccioli dalla cassa del bar. Un ricordo a cui sono molto affezionato è legato alla figura di Amleto Cencioni, artista a cui L’Aquila deve moltissimo e che incontravo quando faceva le sue passeggiate in città. Un giorno stavo attrezzando la sede del mio primo ufficio, lui la volle venire a vedere. Guardò, poi mi salutò e uscì. Dopo un’ora tornò con uno dei suoi quadri stupendi. Mi commuovo ancora a ripensarci. Ho avuto anche l’onore di essere stato amico di altri artisti importanti come Marcello Mariani e Sandro Conti. Anche loro mi hanno donato opere che conservo come reliquie».
Lei era fra quei giovani “rivoluzionari” che negli anni Settanta volevano incidere sulla vita sociale e politica dell’epoca?
«Sì. Quegli anni erano pieni di voglia di fare, di essere protagonisti sia nella politica che nella società. Anche all’Aquila, a sinistra, c’era confronto, dibattito, anche scontro. E mi piace ricordare una figura che per me e per tanti è stata un punto fermo, un riferimento: Donatella Tellini, tra l’altro mia docente di Chimica all’istituto per Geometri».
Come si conciliavano il suo essere sognatore-rivoluzionario e gli studi tecnici?
«E infatti non si conciliavano. Dopo il diploma mi iscrissi a Ingegneria. Feci 16 esami in tutto. I primi andarono benissimo, i 30 fioccavano, poi al sedicesimo mi diedero 18. Una cosa che poteva capitare, magari potevo chiedere anche di rifarlo quell’esame. E invece scattò in me qualcosa che non so ancora definire. Ricordo che uscii dalla sede di Monteluco, mi feci a piedi la stradina che costeggia la Via Crucis, arrivai al Santuario e attraverso la via Mariana scesi in città. Non risalii più. Dissi stop e decisi di fare altro. Al posto delle lezioni di ingegneria cominciai a seguire quelle del professor Tito Spini – altro maestro per tanti di noi – all’Accademia di Belle Arti pur non essendo iscritto; andavo con lui nelle sue “escursioni” alla ricerca di tradizioni, usi e costumi del territorio».
Via Crucis, via Mariana: un percorso spirituale alla ricerca dell’identità?
«Quando decisi che non avrei fatto l’ingegnere alla spiritualità non ci pensavo proprio anche se da ragazzino mio padre mi mandò una decina di giorni a fare esercizi spirituali con i Salesiani. Di quell’esperienza mi è rimasta più che la spiritualità il rigore nel fare le cose, mai essere superficiali e frettolosi. Se devi fare qualcosa – lo dico anche ai miei collaboratori – bisogna farla bene e per farla bene serve avere passione per ciò che si fa e magari anche un po’ di incoscienza».
E in effetti chi ha fra le mani un libro di cui lei ha curato la grafica nota un’attenzione al prodotto quasi maniacale.
«Per me il libro è qualità del contenuto – e parlo di testo e immagini – ma anche estetica. Mi piace immaginare il lettore di un libro confezionato da me mentre sfoglia piacevolmente ogni pagina, percepisce la qualità della carta, le sfumature, i colori, persino il movimento. E, naturalmente, per ottenere questo ci vuole ricerca e preparazione, non mi serve una foto qualsiasi, a me serve “la” foto. In questo sono stato fortunato perché ho lavorato con amici come Gabriele Lucci, Vincenzo Battista, ma anche altri che sarebbe lungo elencare, che hanno condiviso quest’impostazione».
Lei in un libro è arrivato a inserire, copia per copia, pezzetti di stoffa.
«Sì, con Gabriele facemmo un libro su una celebre costumista, Vera Marzot, che lavorava per il cinema. Nel volume si parlava di modelli sartoriali, di film ma anche delle stoffe utilizzate. Ci venne in mente di andare a cercare in un’antica sartoria romana la stoffa utilizzata per il papillon di Alain Delon in uno dei suoi film, ne facemmo pezzetti e li inserimmo nel libro appuntandoli a mano con uno spillino. Una follia? Forse, ma fu bello e magari pure utile a chi voleva saperne di più. Un’altra avventura con Lucci fu per il volume sul premio Oscar per la fotografia Nestor Almendros, girammo il mondo per fare quella pubblicazione».
A proposito di cinema lei realizzò nel 1981 il primo manifesto di Città in Cinema.
«E in quell’occasione conobbi mia moglie Francesca che già si occupava di pubblicità. Dopo 4 anni, nel 1985, fondammo la Publigest poi diventata One Group. Ricordo che quando andammo a formalizzare il tutto, il notaio, appena seppe in quale settore volevamo lavorare – grafica, editoria, pubblicità – sgranò gli occhi dicendo: ma siete ammattiti? Da quel 1985 sono passati oltre 30 anni. Siamo ancora qui pur fra le mille problematiche che vanno affrontate e risolte ogni giorno».
Nel 2011 nella sua vita c’è una svolta.
«Cominciai ad avvertire i primi malesseri. E solo poco tempo fa ho avuto una diagnosi precisa. Ricordo il primo periodo al Gemelli a Roma. Nella frenesia delle giornate fra visite e analisi di ogni genere trovavo un po’ di tranquillità “rifugiandomi” nelle cappelle religiose interne all’ospedale. È in quei momenti che ripensi alla tua vita, ai progetti fatti e a quelli che vuoi fare».
Che vuole fare Duilio Chilante nei prossimi mesi e anni?
«Una cosa che ho fatto di recente e a cui non avevo mai pensato prima è una mostra di mie opere. Quadri – ma anche disegni – che partono dal 1972 e arrivano a oggi e in cui passo dal figurativo all’astratto. Ora sto pensando a una via Crucis».
Ritorna la via Crucis, è cambiato qualcosa rispetto al giovane che fuggiva da Ingegneria?
«No, c’è sempre il sognatore e il rivoluzionario. La mia via Crucis avrà certamente una sua spiritualità – come in altre opere recenti che hanno fatto parte dell’antologica a Palazzo Fibbioni – ma vuol essere soprattutto una denuncia dei mali del mondo. La via Crucis oggi è quella dei ragazzi orfani e poveri che muoiono di fame o sotto le bombe, è quella delle donne violentate e uccise, è quella di chi ha quasi nulla rispetto a chi ha troppo, è quella di un’umanità dolente senza libertà e senza diritti, è quella di un genitore che non può dare il meglio a suo figlio perché non ha un lavoro o se ce l’ha è precario e malpagato».
Ho letto nelle recensioni alla sua mostra che lei ha anche un progetto per la città?
«Farò di tutto affinché all'Aquila nasca un Centro espositivo permanente per l’arte contemporanea con le opere degli artisti aquilani che sia però anche un luogo dove giovani artisti di tutta Italia possano esporre liberamente lasciando in dono almeno un loro lavoro».
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