La morte di Morosini all’Adriatico di Pescara

28 Febbraio 2018

Il precedente: la Corte d’Appello ha confermato le condanne ai medici per il decesso del calciatore

L’AQUILA. Il precedente più noto è quello della morte di Morosini. Poco tempo fa la Corte d’Appello dell’Aquila, presieduta dal giudice Luigi Catelli, ha confermato tutte le condanne emesse nella sentenza di primo grado in relazione alla morte del calciatore del Livorno Piermario Morosini deceduto a 26 anni, il 14 aprile del 2012, per un malore allo stadio Adriatico durante l'incontro di calcio Pescara-Livorno. Restano dunque invariate le condanne a un anno per il medico del 118 di Pescara Vito Molfese e a otto mesi ciascuno per il medico sociale del Livorno Manlio Porcellini e per il medico del Pescara calcio Ernesto Sabatini. Il giudice ha inoltre escluso tra i responsabili civili la Asl di Pescara, in quanto non ha partecipato all'incidente probatorio. Confermata, invece, la responsabilità civile per il Pescara calcio. Il procuratore generale Ettore Picardi aveva chiesto una riduzione della condanna a otto mesi per Molfese, ritenendo che gli spettassero le attenuanti generiche, mentre aveva chiesto la conferma della condanna a otto mesi a carico di Porcellini e Sabatini. Il legale di Molfese, Alberto Lorenzi, ha annunciato che presenterà ricorso in Cassazione. «Bisogna riflettere e leggere le motivazioni», ha commentato Lorenzi. «Attendiamo di vedere se la sentenza d’appello potrà darci quelle risposte che in primo grado non ci sono state date, ma restiamo convinti che non ci siano elementi per considerare responsabile il medico del 118, che non effettuò la presa in carico e che nessuno, neanche oggi, è riuscito a spiegare i motivi per i quali sarebbe dovuto intervenire». I medici «erano tenuti all’uso del defibrillatore» e, qualora fosse stato utilizzato, la probabilità di salvare Morosini sarebbe stata «intorno al 60/70 per cento». Così nelle motivazioni, il giudice monocratico Laura D’Arcangelo spiega perché ha condannato i tre medici che intervennero in campo per prestare soccorso al calciatore del Livorno. Secondo il giudice, «poiché il defibrillatore è uno strumento di facilissimo utilizzo, è del tutto evidente come il suo utilizzo debba essere parte del necessario bagaglio professionale di qualsiasi medico, anche non specialista». D’Arcangelo non ha dubbi: «Ognuno degli imputati avrebbe dovuto, constatati i sintomi, verificare, se ce ne fosse stato bisogno, la disponibilità di un defibrillatore».
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