«La propaganda non ferma i femminicidi»

10 Giugno 2023

E sull’aggressione in città Giannangeli e Pezzopane accusano: il Centro antiviolenza lasciato senza fondi

L’AQUILA. «Questo Governo, invece di improvvisare disegni di legge inseguendo la pancia e gli umori di un paese che si interessa di un femminicidio per non più di un giorno, qualcuno in più nel caso di Giulia Tramontano, perché incinta, dovrebbe mettere mano a una modifica della procedura penale, laddove per esempio è previsto che gli autori di violenza contro le donne possano accedere ai riti speciali, in particolare al rito abbreviato». A parlare sono le consigliere comunali Simona Giannangeli e Stefania Pezzopane, secondo le quali «questo Governo dovrebbe rammentare che i braccialetti elettronici esistono, ma non vengono applicati, non funzionano, sono pochi. Si potrebbero ridurre le spese militari e investire nell’acquisto di detti congegni, nell’aumentare le risorse del Fondo nazionale per il contrasto alla violenza maschile, nel potenziare le risorse per i Centri antiviolenza e le case rifugio. Ecco quante cose potrebbe fare un governo intenzionato realmente e, non per mera propaganda populista, a contrastare efficacemente la violenza maschile». Un intervento, quello delle due consigliere di opposizione che prende spunto dall’uccisione di Giulia per mano del suo compagno, per sollecitare iniziative volte ad andare oltre le reazioni di sdegno e di dolore. «Questa vicenda», affermano, «ci porta a quanto accaduto all’Aquila qualche giorno fa, quando un giovane in centro città ha tentato di stuprare una giovane donna e l’ha riempita di botte al punto tale da mandarla in ospedale con fratture multiple. Anche in questo caso ci sono state reazioni sdegnate, parole di condanna, manifestazioni di solidarietà alla vittima. Le consigliere di maggioranza del Comune hanno condannato l’episodio e si sono dichiarate vicine alla donna, dimenticando però che hanno bocciato insieme ai loro colleghi l’emendamento al bilancio preventivo presentato a marzo in consiglio per dotare il Centro antiviolenza, operante all’Aquila da 16 anni con mille difficoltà, di risorse economiche in grado di rafforzarne l’azione. Esprimere sdegno e solidarietà è certo cosa buona, ma è inutile e vano se non lo si accompagna a scelte concrete che sostengano le donne in questa città come ovunque». Quindi il pensiero corre nuovamente a Giulia. «Alessandro Impagnatiello ha ucciso la compagna. Si chiama femminicidio e così dovrebbe essere raccontato. Invece si è puntato molto sul fatto che lei fosse incinta. Giulia era una donna ed è stata uccisa, ma non si parla di lei in quanto donna. Si parla e si scrive di lei quale futura madre, quale portatrice di un figlio in grembo. Ma Giulia era una giovane donna prima di tutto, che aveva compreso chi avesse di fronte. Si è arrivati a scrivere e ad affermare che non dobbiamo andare all’ultimo incontro chiarificatore, che dobbiamo proteggerci. Come a dire gli uomini continueranno ad uccidervi, voi donne mettetevi in salvo da sole, spostando in questo modo la responsabilità da chi uccide a chi non si mette in salvo. Bisogna smettere di definire questi uomini dei mostri, perché così tutte e tutti si rassicurano, pensando che chi uccide una donna o la maltratta o la stupra deve essere per forza folle, pazzo, malato. E bisogna smetterla di parlare di raptus di gelosia o di follia».
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