«La provincia si spopola» La Cgil sollecita la politica

19 Febbraio 2020

Il segretario Marrelli: «Persi in 9 mesi 2.158 residenti, servono misure urgenti La mancanza di lavoro e la precarietà generano insicurezza e timori sul futuro» 

L’AQUILA. La Cgil lancia l’allarme sullo spopolamento. I dati Istat parlano chiaro: la tendenza alla diminuzione di residenti nella provincia dell’Aquila è quattro volte maggiore rispetto all’intero Paese, quasi il doppio rispetto all’Abruzzo. Una situazione critica, secondo il segretario provinciale Francesco Marrelli, «che dovrebbe preoccupare, e non poco, la politica, chiamata da intervenire rapidamente». Aumenta, infatti, anche la fascia di povertà, vista l’incidenza di chi beneficia del reddito di cittadinanza. LA POPOLAZIONE. In soli 9 mesi del 2019 (periodo gennaio-settembre), la nostra provincia ha perso 2.158 residenti rispetto al primo gennaio 2019, di cui 1.265 dovuti al saldo naturale morti-nascite e 893 dovuti al saldo migratorio verso altri territori. Di questi ultimi il 60% sono uomini e il 40% donne. Con un indice percentuale di incidenza rispetto alla popolazione dello 0,7% in meno rispetto all’anno precedente (quello relativo alla popolazione dell’intero Paese si attesta a un indice percentuale pari allo 0,19%), quello relativo all’Abruzzo è pari a 0,46%, con una diminuzione di popolazione pari a 6.072 residenti, di cui 4.753 per saldo naturale e 1.319 per saldo migratorio.
LA POVERTÀ. «Se da una parte incide pesantemente il saldo naturale», spiega Marrelli, «dall’altra continua inesorabilmente una tendenza allo spopolamento dei nostri territori. La mancanza di lavoro e la precarietà per le nuove occupazioni stanno generando insicurezza e timore per il futuro. I nostri territori rischiano di diventare sempre più fragili, con una fascia di povertà in costante aumento. Tale condizione», sottolinea Marrelli, «viene riscontrata anche dalla popolazione che beneficia del reddito di cittadinanza: infatti se si rapporta il numero di domande alla popolazione residente, è la provincia dell’Aquila quella che ha la più alta incidenza di popolazione coinvolta con il 3,77% del totale, a fronte del 2,87% di Chieti, del 3,76% di Pescara e del 2,86% di Teramo, per un totale pari ad 1,61% dei nuclei familiari residenti sul territorio, contro l’1,22% di Chieti, l’1,57% di Pescara e l’1,20% di Teramo».
LE CAUSE. Per Marrelli, «la nostra provincia evidenzia un arretramento strutturale del quadro economico. Dopo anni di mancata crescita e di crisi, molte famiglie beneficiano del reddito di cittadinanza come unica possibilità di sussistenza e di recupero potenziale di una condizione lavorativa, che in molti casi è venuta meno alla fine del percorso di protezione degli ammortizzatori sociali, a seguito della riforma del 2015 che ne ha ridotto fortemente la disponibilità nell’utilizzo, ovvero non si è mai definita a causa di un lungo periodo di inoccupazione per la mancanza di opportunità di lavoro. Allo stesso modo», aggiunge il segretario Cgil, «sta incidendo sulla scelta di trasferire la propria residenza la riduzione di servizi, quali trasporti, sanità, scuola e infrastrutture, a cui si aggiungono servizi bancari e postali».
LE PROPOSTE. «Il nostro è un territorio di grandi potenzialità», propone Marrelli, «che vanno messe a valore attraverso percorsi di crescita condivisa. Le ragioni dello sviluppo passano attraverso la cura e la valorizzazione delle specificità locali. La Cgil immagina l’avvio di una nuova stagione di confronto politico, che ponga al centro le possibilità legate ai finanziamenti europei e la possibilità che la nostra provincia possa proporsi come un laboratorio d’iniziativa, dove sperimentare i temi dello sviluppo sostenibile, dell’inclusione sociale e dell’innovazione tecnologica, che sono l’asse portante della programmazione comunitaria che va dal 2021 al 2027. Occorre stringere un patto politico tra le parti e aprire una nuova fase, in grado di sostenere le iniziative imprenditoriali più innovative, per dare ai nostri giovani delle ipotesi di futuro, senza per questo svendere il nostro patrimonio ambientale o chiudere le porte a ogni ipotesi di sviluppo. Non abbiamo alternative di tipo conservativo, che possano evitarci ciò che sta accadendo».
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