La regista Ciaccia: il teatro è comunicare

Il rapporto con la sperimentazione e con testi complicati: non possiamo vedere solo la televisione
AVEZZANO. La regista dello spettacolo che ha visto protagonista Lino Guanciale è Valentina Ciaccia, figlia d’arte. Suo padre Gabriele è regista, scenografo e attore.
È stato difficile preparare uno spettacolo come questo cosi complesso e pieno di immagini spezzate, su diversi temi, quali l’amore, la fantascienza, la filosofia e la saggistica?
«Questo spettacolo è nato quattro anni fa come studio, è stato un divertimento che ci siamo regalati e poi pian pianino è cresciuto, abbiamo deciso di lasciarlo in questa forma,un monologo con una scenografia fatta soltanto di colori,perché è bello misurarsi con lo spazio vuoto che qui rappresenta l’incontro con l’altro o con la sua assenza. Già avevamo pensato al fantasma, al doppio e quindi abbiamo giocato con questi testi complicati che ci parlano di fantascienza, ma anche della realtà del quotidiano. Scrittori come Ray Bradbury di cinquanta anni fa avevano già immaginato il futuro, ci sono riferimenti poi al famoso scrittore francese Paul Valéry. Nella scrittura del frammento il significante va verso il significato e viceversa. Dobbiamo dare un senso all’esistenza anche se a volte non c’è, o forse tutto è un accumularsi di sensazioni, di pensieri e di sogni».
Lo spettacolo “Cadrà dolce la pioggia” è stato destinato ad un pubblico di giovani,quanto pensa sia importante avvicinare i ragazzi al teatro in questi matinée?
«Lo scopo della mia vita artistica è fare teatro per i ragazzi e per i bambini. Credo che il teatro sia una parte importantissima della nostra cultura e allo stesso tempo della nostra socialità, perché fare teatro significa comunicare. Non possiamo vedere soltanto la televisione, rischiamo di appiattirci, a teatro noi dobbiamo lanciarci, dobbiamo fare degli esperimenti che ci rimangano dentro. Lavorare con i ragazzi significa regalare un semino di genio, di libertà, di fantasia per il futuro».
Quanto ha contribuito il rapporto con suo padre nella scelta della sua vita?
«In Italia esiste un gruppetto di “gaglioffi”, figli dei teatranti, siamo figli di quelli che hanno deciso di fare teatro nella vita e siamo tutti matti, non ce ne è uno che abbia scelto di fare una vita semplice. Vivere in una famiglia di teatro ti insegna cosa sono il coraggio, l’impegno, l’onestà e il duro lavoro e la fatica, perché il mondo del teatro è diverso dal mondo dello spettacolo, è difficile essere un teatrante, è difficile essere un cineasta. Fare teatro significa decidere di essere liberi; è un atto di coraggio che costa tantissimo, ci sono alti e bassi, ma alla fine è un lavoro che ripaga tanto».
Teresa Capursi
Antonio Santucci
Chiara Mezzoni
Michela Maiolini
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