Lavori post-sisma, l’ombra della camorra

Un imprenditore edile doveva essere rapito e punito: era in debito con il clan che gli aveva fatto ottenere un subappalto
L’AQUILA. Il rapimento fallito di un imprenditore che ha partecipato alla ricostruzione dell’Aquila, con il benestare della Camorra, è al centro di un’inchiesta coordinata della Direzione distrettuale antimafia. Inchiesta che ha permesso di scoprire un sistema di riciclaggio di denaro sporco portando all’arresto di nove persone. L’ombra della criminalità organizzata torna dunque a “oscurare” la ricostruzione post-sisma del capoluogo abruzzese, partita tredici anni fa. Già in passato altre inchieste avevano permesso di svelare l’interesse delle mafie per gli appalti della ricostruzione, attorno alla quale ruotano milioni e milioni di euro.
In particolare, l’attività d’indagine svolta dalla Dda su due gruppi di narcotrafficanti albanesi e sul mancato rapimento di un imprenditore di Velletri in debito con i clan della camorra che gli avevano concesso di lavorare in sub appalto alla ricostruzione post terremoto all’Aquila ha portato alla luce un sistema di riciclaggio di denaro sporco aggravato dal metodo mafioso ed emissione di false fatture. Tra gli arrestati un produttore cinematografico, un poliziotto e un maresciallo dell’Arma. Il produttore cinematografico è stato intercettato mentre spiegava ai complici, vicini alla camorra, come riciclare denaro sporco facendolo passare per società impegnate a girare un lungometraggio. Non sapeva nel 2020 di essere “ascoltato” dai carabinieri del Nucleo investigativo che giovedì scorso lo hanno fermato insieme ad altre otto persone. Secondo le accuse, grazie al produttore, un clan vicino a quello dei D’Amico-Mazzarella-Verlese di San Giovanni a Teduccio (Napoli) avrebbe ripulito almeno un milione e 250 mila euro, facendolo passare per le società cinematografiche e per una ditta vitivinicola di Monte Porzio Catone. Il tutto con la copertura di un sedicente «onorevole» ancora da identificare, ammesso che esista. Sempre secondo le accuse, i due appartenenti alle forze dell’ordine erano “corrieri di denaro”, avevano cioè il compito di trasportare in auto i soldi da ripulire al fine di eludere i controlli di carabinieri e guardia di finanza.
Tutto è partito dall’inchiesta sul mancato rapimento di un imprenditore di Velletri che era in debito con i clan della Camorra che gli avevano concesso di lavorare in sub appalto alla ricostruzione post terremoto del capoluogo abruzzese.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

