«Le ditte edili sono alla canna del gas»

9 Dicembre 2016

La rabbia dell’assessore Di Stefano: legge sbagliata, la colpa è dell’ex giunta regionale di Chiodi

L’AQUILA. La responsabilità dell’impasse nel Genio civile regionale è politica. Perché quando è entrato in vigore il regime autorizzativo per il Genio civile, fino al 2015 in Abruzzo in regime di semplice deposito, qualcuno avrebbe dovuto domandarsi con quali risorse umane si sarebbero dovute portare avanti le procedure. Un passaggio, quello da deposito ad autorizzativo, che significa che i progetti, anziché essere depositati, devono essere controllati uno a uno, un controllo ritenuto importante soprattutto sul fronte della sicurezza sismica, ma che sta diventando la ghigliottina della ricostruzione. Una situazione contro cui tuona da tempi non sospetti l’assessore comunale alla Ricostruzione, Pietro Di Stefano.

Assessore, questa situazione poteva essere evitata?

«Poteva essere quanto mena ridotta nel momento in cui la Regione ha recepito una norma nazionale nel 2011: è in quel frangente che gli amministratori regionali avrebbero dovuto pensare prima di tutto a come rafforzare un organismo che ha un ruolo importantissimo nell’iter della ricostruzione. Io stesso sono stato chiamato dalla Regione per discutere di questo passaggio, in procinto di avvenire nel 2015, e denunciai lo scenario che si sarebbe venuto a verificare».

Di chi è la responsabilità?

«Del governo di centrodestra guidato da Gianni Chiodi, che recepì la legge nazionale senza curarsi di dare personale aggiuntivo alle province. E nemmeno dopo, quando il Genio civile è tornato di competenza della Regione, si è intervenuti».

Perché questa situazione all’Aquila è più grave che altrove?

«Perché L’Aquila e tutto il suo cratere sono da ricostruire. Qui non si tratta di un progetto di ristrutturazione che arriva ogni tanto, ma di un’intera città da far rinascere e non si può bloccare tutto per un’autorizzazione che non c’è. Se apri un cantiere e il Genio civile non dà il via libera, non si può partire con i lavori. Le imprese sono alla canna del gas, e devono anche pagare l’occupazione del suolo pubblico. Ho cercato di tamponare i danni con una norma di giunta secondo la quale se non arriva il parere del Genio civile, il Comune consente la sospensione dei lavori: in questo modo le imprese non incappano nelle penali di legge».

Si poteva evitare questo caos?

«Sì, c’era una strada diversa che si sarebbe potuta percorre e io l’ho più volte sollecitata. Qui i progetti di ristrutturazione post-sisma vengono guardati prima dai tecnici dell’Usra, quindi hanno già un alto livello di controllo. Dal punto di vista pubblico la sicurezza c’è. Si sarebbe potuto mantenere (come hanno deciso di fare altre regioni) il regime di deposito aumentando la percentuale del controllo a campione sui progetti, ad esempio portandola dal limite del 10% a un 40%. Una procedura che si sarebbe potuto adottare almeno per le pratiche del terremoto». (m.g.)

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