Lettera di un detenuto sul dolore

Ha scritto al vescovo dopo aver letto l’omelia di Petrocchi sul 6 aprile
Un detenuto nel carcere di Rebibbia, Stefano F. autore di due omicidi, ha scritto la seguente lettera all’arcivescovo Giuseppe Petrocchi dopo aver letto l’omelia che l’arcivescovo ha pronunciato in occasione del settimo anniversario del terremoto.
«Sono anni che cerco di capire il significato della Misericordia, ma da qualche tempo ho sentito dentro di me quel sentimento bellissimo chiamato amore, non solo l’amore per una persona cui si è legati ma l’amore per il prossimo. Spesso mi sono detto: “è inutile che cerchi risposte perché quando sarà il momento, arriveranno da sole”. Nella mia vita sono stato sempre egoista, pensavo solo al mio bene, e così invece di farmi del bene, mi sono causato dolore. Potete immaginare come si comporta una persona che non rispetta le regole, uno che pensa solo a riempirsi la pancia incurante di chi muore di fame.
Io ero così! Pian piano, ho cominciato a privarmi di qualcosa per darla a qualcuno: mi sentivo bene anche se andavo incontro a delle difficoltà. Il potere aiutare chi aveva bisogno riempiva il vuoto che sentivo dentro di me. Solo comportandomi in questo modo, ho cominciato a capire il significato della Misericordia e l’essere misericordiosi!
Leggendo l’Omelia dell’Arcivescovo Giuseppe Petrocchi, pronunciata nella chiesa di San Giuseppe in occasione del settimo anniversario del sisma, nel cuore ho sentito una fitta di dolore, dolore per le persone che hanno perso i propri cari. Nell’omelia monsignor Petrocchi parla delle vittime che hanno perso la vita per aiutare i propri familiari, specialmente menziona le mamme che, per soccorrere i propri figli, venivano investite dalle macerie.
Ci sono state 309 vittime durante quel sisma: madri, padri, figli, fratelli, sorelle. Che triste il solo pensare a quello che è accaduto in quei pochi secondi di terrore! C’è anche chi ha perso la vita per salvare un amico o un’amica e credo che molti, non curanti del pericolo, abbiano perso la vita per andare a prestare soccorso. I tanti gesti d’amore dovrebbero farci riflettere! L’Arcivescovo parla del bell’esempio delle persone che si aiutano a vicenda dopo la tragedia: chi offriva un pasto caldo, chi si adoperava per offrire indumenti, chi pensava a far giocare i bambini per distrarli e allontanarli da eventuali altri pericoli. Tutti gesti d’amore verso il prossimo che ognuno di noi dovrebbe poter fare.
Questi esempi mi evocano una vicenda di cui sono stato spettatore nel lago di Castel Gandolfo. Un ragazzo, per salvare un bambino che stava annegando, senza pensarci due volte si gettò in acqua e con tutte le forze cercò di trascinarlo fino a metterlo in salvo sul pattino del guardia spiaggia. Stremato per lo sforzo, si abbandonò alle acque del lago. Quando dopo due giorni fu ritrovato il suo corpo, i giornali riportarono alcuni particolari notati nel suo viso: sembrava avere un’espressione compiaciuta, forse perché felice di aver salvato una giovane vita. Quel ragazzo non era un parente, neppure un amico di famiglia, era un romeno. L’amore verso il prossimo può spingere a gesti di grande eroismo come questo. Dopo aver letto l’omelia di Petrocchi tutta impostata sulla carità, sul dono di sè ad imitazione di Cristo che per amore si caricò delle nostre debolezze, mi sono seduto sul letto e, nel buio cupo della mia cella, ho chiuso gli occhi immaginando il dolore delle persone terremotate e, senza accorgermene, mi sono trovato in lacrime. Grazie, Monsignore, per le riflessioni che mi ha indotto a fare. Penso che il Giubileo della misericordia stia toccando il cuore di tutti. Chi, infatti, non sente il richiamo della solidarietà alla comunione come chiede Nostro Signore Gesù?».
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