«Lo sport mi fece incontrare Celestino V»

Arrivato all'Aquila da dirigente d'azienda oggi è una delle anime della Perdonanza
È un personaggio conosciutissimo in città. Floro Panti da quasi 40 anni organizza eventi sportivi, è una delle anime del Movimento Celestiniano. È promotore del Cammino del Perdono, con il quale la fiaccola accesa all'Eremo di Celestino V sul Monte Morrone, arriva all'Aquila il 23 agosto di ogni anno per accendere il Fuoco nel tripode e dare così avvio alla Perdonanza Celestiniana. Storica la foto di Luigi Baglione (a fianco) che ritrae Panti nell'agosto del 2009, da solo, nel centro storico distrutto dal terremoto (seguito da un'auto della polizia per motivi di sicurezza) con la fiaccola di Celestino V in mano che piange per la reazione emotiva dalla vista di una città ferita e segnata dal dolore.
Floro, lei è fiorentino come mai da decenni vive all’Aquila?
«La mia venuta all’Aquila, per motivi di lavoro, risale al giugno del 1973. Ero responsabile del personale di un'azienda fiorentina, la Siette, che si occupava di installazioni telefoniche, elettriche e ferroviarie con 1500 dipendenti e cantieri in tutta Italia e che faceva parte del gruppo omonimo che comprendeva altre società dello stesso settore. Tra queste c’era la Irtet dell’Aquila, acquisita da un anno, che operava nel Centro Italia con cantieri in Abruzzo, Umbria e Marche. Per questo sono arrivato all'Aquila e ci sono rimasto».
Nel capoluogo di regione lei si è impegnato molto nelle attività sportive. Come mai?
«Lo sport è sempre stato una componente importante della mia vita. Fin da giovane, a Firenze, ho militato in diverse squadre di calcio con, devo dire, ottimi risultati. Ho avuto compagni e avversari molto noti: Luciano Chiarugi, Bertini, Magli, calciatori che hanno poi giocato in grandi squadre come Fiorentina, Milan, Inter. Anche io ho avuto un momento di gloria quando militavo nella categoria Juniores. La società dove ero tesserato ebbe una richiesta di acquisto da parte della Juventus, ma il tutto non si concretizzò perché i miei genitori, essendo minorenne, non vollero che mi trasferissi a Torino. Continuai allora a giocare fino ad arrivare alla Promozione, che all’epoca era una categoria importante. Un infortunio ai legamenti interruppe la mia carriera calcistica e allora mi dedicai all’atletica. Qui all’Aquila, preso com’ero dalla nuova attività lavorativa, iniziai solo dopo alcuni anni a praticare, nuovamente, lo sport. L’occasione venne con la partecipazione ad alcune manifestazioni di corsa che si svolgevano in località del circondario, Sant'Elia, Onna, Camarda, tanto per citarne alcune. Questo contribuì a creare nuove amicizie, che sfociarono poi nella costituzione nel 1978 dei Liberi Podisti Aquilani. Lo sponsor era Idrosanitari Martini e il presidente Mario Martini, io venni eletto vice presidente, ma ero a tutti gli effetti il responsabile del gruppo. Negli anni successivi cambiammo più volte denominazione e sponsor, fino ad arrivare alla denominazione attuale di Atletica L’Aquila. Cercai negli anni Ottanta del secolo scorso di costituire una grande società di atletica, che potesse comprendere sia l’attività master che quella agonistica su pista. Con il compianto Isaia Di Cesare, presidente di Atletica 80, contando sulle risorse promesse da uno sponsor di livello, avevamo già definito tutto tanto che facemmo anche la presentazione ufficiale della nuova società, con la campionessa olimpionica del 1936 Ondina Valla come madrina. Il sogno purtroppo sfumò così come la possibilità di tenere unite le due anime sportive, quella dei master e della pista. Le strade si divisero dando così vita ad altre realtà. Ho lasciato poi il sodalizio dopo oltre trent’anni e dopo essere stato promotore, con l’aiuto di tanti collaboratori, di manifestazioni sportive e culturali che credo abbiano lasciato un segno nel panorama cittadino. Penso che queste iniziative, che hanno coinvolto vari strati sociali, di tutte le età, abbiano contribuito a cambiare lo spirito della città, che si è aperta certamente di più rispetto all'ambiente chiuso e provinciale che avevo trovato alla mia venuta».
A un certo punto nasce il percorso della Fiaccola di Celestino, che è il seme della “nuova” Perdonanza, quella che riprenderà nel 1983. Cosa avvenne?
«Nel 1980 incontrai padre Quirino Salomone, allora rettore della basilica di Collemaggio e fu l’inizio della rivitalizzazione della Perdonanza. Già in precedenza nel 1979 c’era stato un primo tentativo di percorso della Fiaccola da Sulmona all'Aquila, fatto dai ciclisti coordinati da Renato Pulumbo. È solo dall’anno dopo che il progetto viene concretizzato ufficialmente. I soggetti coinvolti furono gli amici del presepe di Pianola con Umberto Cavalli, ancora i ciclisti di Palumbo e i nostri Liberi Podisti Aquilani. Iniziammo facendo della pubblicità, allora solo grafica, andando ad attaccare manifesti lungo il tracciato con la scritta “La Perdonanza”. Il 28 agosto ci ritrovammo un bel gruppo, la mattina alle 8, all’Eremo di Sant’Onofrio. Venne benedetto il Fuoco e accesa una torcia, fatta da un artigiano – che purtroppo è andata perduta durante il terremoto nel Museo dello sport che Ermenegildo “Gildino” De Felice aveva istituito nel complesso di Santa Maria della Misericordia – e dopo il primo tratto di discesa dall’Eremo fatta tutti insieme, partì la staffetta seguita dai ciclisti. Percorremmo tutte le località senza soffermarci più di tanto, l’appuntamento era per le 18 a Collemaggio. La gente, poca lungo il percorso, molta di più nei paesi, ci osservava stupita. Arrivati a Bazzano facemmo la superstrada fino alla Fontana Luminosa, per poi andare verso il piazzale della basilica dove c'era la Banda della Brigata Acqui e fervevano i preparativi per l’arrivo di Giovanni Paolo II, previsto il 30 agosto 1980. Il primo tedoforo fu Pierino Di Francesco, che consegnò la Fiaccola per l’accensione del tripode a un vigile del fuoco che accese il tripode sulla torre. Era prevista nel programma la tradizionale benedizione delle macchine, ma quella volta non fu effettuata, fu però aperta la Porta Santa e a seguire ci fu la veglia di preghiera. Domenica 31 agosto fu la volta della prima Campestrina della Perdonanza. Gli anni seguenti, 1981 e 1982, videro il consolidarsi delle due manifestazioni fino a giungere al 1983 quando si ebbe il rilancio della Perdonanza grazie, come noto, al sindaco dell’epoca don Tullio de Rubeis. La cosa meno nota è che fu costituito il Centro Internazionale Studi Celestiniani. Alla presidenza venne chiamato lo stesso De Rubeis, mentre padre Quirino ne fu il segretario. Io fui uno dei soci fondatori».
Lei ha studiato a lungo Celestino V, studi che un anno fa sono diventati un libro di centinaia di pagine.
«Il libro non è altro che un sunto delle mie ricerche quarantennali sul personaggio Celestino V, figura complessa e nello stesso tempo affascinante. La bibliografia esistente su questo Eremita, Papa e Santo non ha uguali nella storia dei Papi che si sono succeduti sul soglio di Pietro. Su questo Papa, eletto nel 1294 e rimasto in carica pochi mesi, si è detto tutto e il contrario di tutto: che era incolto, rozzo, vile e coraggioso, eroico e pavido e che da Papa, pur mettendo in atto un’attività coerente con il governo della Chiesa, operò sotto la diretta influenza del re Carlo II d’Angiò. Questi giudizi contrastanti hanno finito per svalutare, minimizzare e spesso strumentalizzare sia l’eremita Pietro del Morrone, sia il Papa Celestino V. Con questo mio lavoro ho cercato di portare un po’ di ordine e di chiarezza nella vicenda terrena di questo Eremita-Papa».
Nel 2018 ha fatto parte del Comitato Perdonanza. Perché dal 1983, anno della rifondazione, l’evento non è mai decollato ed è rimasto sostanzialmente una festa cittadina?
«La mia partecipazione al Comitato Perdonanza risale già alla precedente gestione amministrativa. Ero allora un semplice componente non avendo come quest’anno, responsabilità specifiche. In anni precedenti, e sono tanti, il nostro Movimento Celestiniano non era mai stato inserito nel Comitato. La risposta alla domanda è duplice e coinvolge sia l'aspetto religioso che quello civile. Se confrontiamo il Perdono dell’Aquila con altri che si celebrano in Italia, per esempio quello di San Francesco ad Assisi e quello dell’Angelo a Monte Sant'Angelo, risulta evidente – ho avuto modo di constatarlo personalmente – che ad Assisi e Monte Sant'Angelo c'è una grandissima partecipazione di persone. Intere compagnie di fedeli si recano in queste località con pellegrinaggi da tutta Italia coordinati dalle parrocchie e nel caso di Assisi anche dai frati francescani. Nella nostra Perdonanza questo non accade perché nelle varie diocesi, quantomeno dell’Abruzzo e del Molise, non si “predica” questa ricorrenza, perché viene considerata soltanto una “cosa aquilana” e non Omnibus Christi Fidelibus, quindi rivolta a tutti i fedeli del mondo. Per quanto attiene l’aspetto civile, credo che sia giunto il momento di prendere in considerazione l’istituzione di una Fondazione che sostituisca il Comitato, sperando nel contempo che il riconoscimento di bene immateriale dell’Unesco vada a buon fine, con tutte le ricadute positive che questo potrebbe portare alla festa».
La mensa di Celestino è punto di riferimento per tanti aquilani in difficoltà. Che città si vede da quel punto di osservazione?
«Pur non occupandomi personalmente di questa attività che rientra in un’altra componente del Movimento Celestiniano, la Fraterna Tau, vivo a diretto contatto con questa realtà, e ho quindi modo di constatare, giornalmente, che sono tantissime le persone in seria difficoltà. E quando parlo di difficoltà non mi riferisco solo alla esigenza primaria del mangiare – soddisfatta grazie all’opera di tanti volontari che non hanno mai cessato di cucinare da 18 anni a questa parte – ma anche ad altre situazioni di sofferenza e povertà in famiglie che non sanno come andare avanti».
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