Macellaio accusato di omicidio: citati 32 testi da accusa e difesa

15 Luglio 2021

Prima udienza per l’assassinio di Paolo D’Amico, trovato morto nel suo casolare il 24 novembre 2019 Il legale di Gianmarco Paolucci, in carcere da febbraio, chiama a deporre anche i carabinieri del Ris

L’AQUILA. Approda in aula il caso del delitto di Barisciano. Si è aperto ieri il processo che vede imputato Gianmarco Paolucci, macellaio di 25 anni, con l’accusa di aver ucciso Paolo D’Amico, 55enne operaio dell’Asm originario di Roma. La prima udienza è stata dedicata alla presentazione di alcune eccezioni preliminari da parte della difesa, sostenuta dall’avvocato Mauro Ceci, e soprattutto degli elenchi dei testimoni citati dalle parti. In tutto saranno sentite, dalla Corte d’Assise presieduta da Alessandra Ilari, affiancata da Niccolò Guasconi e da sei giudici popolari, 32 persone chiamate a riferire particolari relativi alla tragica vicenda risalente a oltre un anno e mezzo fa.
I TESTIMONI. Di queste, 12 sono state citate dall’accusa, rappresentata dal pm Simonetta Ciccarelli che ha coordinato le indagini dei carabinieri insieme al procuratore Michele Renzo. Si tratta perlopiù di conoscenti e familiari della vittima. Tra questi, in particolare, i parenti di D’Amico che ne trovarono il corpo nel garage del suo casolare nelle campagne di Barisciano. Per la difesa sono 20 i testimoni inseriti nell’elenco presentato alla Corte. Figurano, tra gli altri, anche alcuni militari del Ris che sia prima sia dopo l’arresto di Paolucci hanno avviato esami sul luogo del delitto, nell’abitazione e nell’auto dell’arrestato, rilevando tracce di sangue e di Dna. Queste ultime, in particolare, sono state considerate determinanti dall’accusa per la ricostruzione dei fatti e la contestazione mossa a carico del macellaio 25enne.
IL RITROVAMENTO. Era il 24 novembre 2019 quando D’Amico venne trovato morto nella rimessa del casolare. A lanciare l’allarme furono alcuni parenti dell’operaio che, non riuscendo a mettersi in contatto con lui da giorni, decisero di andare nell’abitazione in aperta campagna. Fin dai primi momenti dell’indagine risultò chiaro che si fosse trattato di una morte violenta. L’autopsia accertò che D’Amico era stato colpito con 22 fendenti, 21 dei quali inferti con uno scalpello e uno letale, alla testa, con una mazzetta da carpentiere. Gli investigatori indirizzarono la ricerca del movente verso una questione di droga, visto che nel garage furono trovate diverse piante di marijuana, o un mancato pagamento di lavori edili all’interno del casolare nei pressi di Barisciano.
LA SVOLTA. Nonostante l’individuazione di alcuni sospetti e le tracce trovate nei vari sopralluoghi da parte dei carabinieri, le indagini sono proseguite per oltre un anno senza sbocchi concreti. La svolta è arrivata proprio con il Dna. I militari, a dicembre del 2020, hanno inscenato un controllo con l’alcoltest per prelevare un campione di saliva a Paolucci e confrontarlo con il codice genetico rilevato sul corpo della vittima. La corrispondenza tra le due tracce ha fatto scattare l’arresto a febbraio. Per la difesa il Dna è tutt’altro che la “prova regina” che incastra Paolucci. Anzi, su indumenti e scarpe del macellaio non sono state trovate macchie di sangue della vittima. Per Ceci, inoltre, sul luogo del delitto è stata individuata un’impronta di scarpa che non apparterrebbe al suo assistito. Su questi e su altri elementi si svilupperà il dibattimento in aula. La prossima udienza è stata fissata al 23 settembre per l’affidamento dell’incarico a un perito che dovrà trascrivere il contenuto di alcune telefonate. L’ascolto delle prime testimonianze è stato fissato, invece, per il 20 ottobre.
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