Mafia, la battaglia del vescovo Fusco: «Liberati da illegalità e paura, non rassegniamoci all’omertà»

Il Monsignore della diocesi di Sulmona: «Spaccato di brutalità, comunità fragile»
SULMONA
Parla di un velo «squarciato su una realtà dolorosa», in un territorio «liberato da una morsa di paura e illegalità», soggiogato nel tempo da persone che si sono lasciate sedurre «dai facili guadagni dello spaccio e della violenza». A soffiare con forza contro la nebbia dell’indifferenza è monsignor Michele Fusco, vescovo della diocesi di Sulmona-Valva. Un richiamo dirompente nella città che con Ovidio ha cantato l’elegante gioco dell’amore ma che in questi giorni ha scoperto un mondo dove si mescolano meschinità, violenze e soprusi. Una città scossa da un’inchiesta, “Metamorfosi”, che ha svelato un sistema (organizzato) basato su spaccio di cocaina, usura, intimidazioni. E marchiata dall’allarmante riconoscimento del “metodo mafioso”. Per questo la diocesi invoca la necessità di «una riflessione profonda e non più rinviabile», sia per la Chiesa che per l’intera società.
«Di fronte allo spaccato di brutalità e prevaricazione che emerge dalle indagini» sottolinea il vescovo Fusco «avverto il dovere, come pastore di questa Chiesa, di esprimere innanzitutto il mio più profondo e sentito ringraziamento alla Direzione distrettuale antimafia dell’Aquila, alla magistratura e a tutte le forze dell’ordine. A questi uomini e donne, che con dedizione silenziosa, competenza e coraggio tutelano la nostra sicurezza, va il nostro plauso incondizionato e il nostro sostegno morale. Il loro intervento ha squarciato un velo su una realtà dolorosa, liberando il nostro territorio da una morsa di paura e illegalità. L’inchiesta ha messo in luce dinamiche inquietanti, evidenziando come i traffici illeciti abbiano trovato snodi logistici persino nei luoghi più frequentati e centrali della vita cittadina, come i locali pubblici di piazza Garibaldi. Una penetrazione criminale che interroga direttamente la tenuta morale e sociale del territorio. Se la logica del sopruso e l’infiltrazione criminale sono riuscite a inquinare il nostro comprensorio» prosegue monsignor Fusco «c’è da riflettere con onestà sulla fragilità delle nostre comunità. Non possiamo limitarci a delegare la lotta al male esclusivamente a chi indossa una divisa o una toga. La presenza di un simile mercato di morte, rivolto in gran parte ai nostri giovani, ci dice che esistono vuoti educativi, vuoti di senso e di prospettiva che la criminalità è fin troppo abile a riempire. Quando una comunità si sfilaccia, l’illegalità prolifera».
La diocesi, attraverso le parole del vescovo, lancia dunque un forte appello affinché lo sgomento di queste ore si trasformi in uno scatto d’orgoglio civico e spirituale.
«Invito le parrocchie, le famiglie, le scuole, le istituzioni e le associazioni del terzo settore a stringere un’alleanza forte e visibile» aggiunge monsignor Fusco «dobbiamo tornare a essere quella comunità educante di cui abbiamo disperatamente bisogno. Dobbiamo offrire ai nostri ragazzi spazi sani di ascolto e di crescita, affinché non cerchino l’illusione della forza o dello sballo nelle reti criminali. A chi si lascia sedurre dai facili guadagni dello spaccio e della violenza, la Chiesa ricorda che non vi è alcun futuro nel male, ma solo la distruzione della propria umanità. Alla nostra amata Sulmona e all’intera Valle Peligna chiedo di non rassegnarsi: l’omertà si sconfigge con la luce della verità, e la paura si vince camminando insieme a testa alta, a fianco di chi ogni giorno difende la legalità e la giustizia».
Sulla vicenda dei 20 arresti interviene anche la senatrice Gabriella Di Girolamo (Movimento 5 Stelle).
«Quanto emerge dall’operazione Metamorfosi» evidenzia la parlamentare «è un fenomeno allarmante, che riguarda l’intera comunità abruzzese e non soltanto Sulmona e la Valle Peligna. Un giro d’affari stimato tra i 180 e i 200mila euro al mese: la ricostruzione degli inquirenti descrive un presunto monopolio della cocaina, con estorsioni, intimidazioni, incendi, armi ed esplosivi. Si parla anche di un presunto ordigno predisposto per una ritorsione e di una trattativa per un carico di 100 chili. Il dato più inquietante è la presunta saldatura tra un gruppo locale e figure legate a contesti mafiosi e camorristici. Il tutto con un bar come base operativa, consegne a domicilio, pagamenti con il Pos, comunicazioni criptate, minacce ai debitori. Doveroso, in questo quadro, il ringraziamento alla Direzione distrettuale antimafia dell’Aquila, alla polizia di Stato e a tutti gli investigatori impegnati nell’operazione. Il loro lavoro silenzioso e professionale restituisce fiducia ai cittadini onesti e agli operatori economici che resistono ogni giorno. Un pensiero va anche alla magistratura inquirente e giudicante, a partire dal gip del tribunale dell’Aquila. Apprendiamo dalla stampa che approfondimenti potrebbero ora guardare alla domanda di droga. Tra i presunti acquirenti si parla di dipendenti comunali, commercianti, professionisti e persino politici conosciuti. Chiaramente si tratta di indiscrezioni ancora tutte da riscontrare e ovviamente vale per tutti la presunzione di innocenza. Ma proprio per questo chiedo con forza che la verità emerga fino in fondo, senza sconti e senza zone d’ombra. Se vi fossero assuntori eccellenti, persone che ricoprono ruoli pubblici o di rilievo nella comunità, il tema sarebbe di enorme gravità, per due ragioni: chi consuma alimenta direttamente il circuito economico che finanzia estorsioni, armi e intimidazioni; chi ha responsabilità istituzionali e si espone al ricatto o alla debolezza verso la criminalità rischia di compromettere la libertà delle istituzioni stesse. Consumare non significa far parte dell’organizzazione, e questa distinzione va rispettata. Ma ogni cittadino, tanto più chi rappresenta la collettività, ha il dovere di sapere che dietro una dose c’è una filiera di violenza. Seguirò con la dovuta attenzione gli sviluppi dell’inchiesta» aggiunge ancora Di Girolamo «bisogna accendere un faro sui nostri territori e ciascuno è chiamato a fare la propria parte, la politica prima di tutto. Bisogna rafforzare gli organici e i mezzi di polizia di Stato e forze dell’ordine sul territorio peligno e abruzzese; potenziare gli strumenti di prevenzione e contrasto all’infiltrazione mafiosa nell’economia locale; sostenere commercianti e imprenditori vittime di estorsioni, incoraggiando la denuncia. È necessario investire in prevenzione, scuole e servizi per le dipendenze, perché la domanda di droga si combatte anche con la cultura e la cura. L’Abruzzo ha gli anticorpi per reagire, ma serve una risposta collettiva: istituzioni, politica, associazioni e cittadini. Nessuno può voltarsi dall’altra parte», conclude la rappresentante parlamentare.
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