Magliano, ex sindaco Iacoboni scagionato anche in Cassazione

19 Maggio 2016

Corruzione e falso, stessa decisione per l’avvocato Iacomini già componente della sua giunta I giudici hanno bocciato pure il ricorso per mandare a giudizio Morgante e due imprenditori

AVEZZANO. La Cassazione ha definitivamente archiviato un’inchiesta per corruzione della Procura della Repubblica dell’Aquila che mandò agli arresti domiciliari l’ex sindaco di Magliano dei Marsi, Gianfranco Iacoboni, l’avvocato ed ex assessore Angelo Iacomini, i fratelli imprenditori aquilani Franco e Sergio Celi.

Tra gli accusati c’era anche l’autotrasportatore Antonio Luigi Morgante. Queste persone erano state scagionate due anni fa dal giudice per le indagini preliminari del tribunale dell’Aquila a fronte di una richiesta di rinvio a giudizio della Procura aquilana. La Procura stessa, però, aveva fatto ricorso in Cassazione contro la sentenza di proscioglimento.

Ma la Suprema Corte, nella decisione depositata ieri, non ha ravvisato gli scenari corruttivi ipotizzati per cui ha chiuso il caso definitivamente. E, da quanto si è visto, la riapertura dell’indagine non è stata mai in bilico nel senso che lo stesso pg di Cassazione aveva chiesto di rigettare le tesi della Procura distrettuale che, se accolte, avrebbero portato i quattro al processo davanti al tribunale del capoluogo di regione.

Le accuse iniziali, del resto, erano pesanti. Per il pm gli amministratori comunali avrebbero fatto emanare dalla giunta di Magliano de’ Marsi una delibera favorendo la ditta Celi autorizzata indebitamente a prelevare quasi 15 mila metri cubi di terreno il tutto in cambio di una serie di favori consistiti per il sindaco «nella promessa da parte di Celi durante una precedente campagna elettorale dell’assunzione del cugino (Morgante) e per Iacomini, assessore, «nella promessa di un sostegno elettorale per una lista civica con la partecipazione diretta di Sergio Celi a una cena di finanziamento».

Si era anche parlato di una promessa di un finanziamento alla locale squadra di calcio. I fratelli Celi erano accusati di avere rotto l’argine del fiume Vera a ridosso del loro impianto di produzione di calcestruzzo all’Aquila per frodare la normativa in materia di captazione delle acque per uso industriale «generando così il concreto pericolo di esondazione per le zone immediatamente limitrofe».

Tutte accuse che sono man mano cadute sulla scorta delle argomentazioni dei difensori ma va ricordato che già il tribunale del Riesame aveva annullato gli arresti domiciliari.

I due politici, cui i fatti hanno dato ragione, non si dimisero mai sostenendo la loro totale estraneità alle imputazioni, tesi che, stando ai fatti, poggiava su solide basi.

Altre persone, per lo più aquilane, erano state scagionate in precedenza.

In occasione dell’udienza in Cassazione gli accusati sono stati assistiti dagli avvocati Antonio Milo e Leonardo Casciere.

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