Marsica, cent’anni di dolore

Nel Parco della memoria commemorate le 30mila vittime del 13 gennaio 1915
AVEZZANO. Il mattino è gelido, come quello di cento anni fa quando la terra urlò e si squarciò, portando distruzione e dolore. Il 13 gennaio 2015, un secolo dopo ma alla stessa ora della scossa, la Marsica si abbraccia in un unico rintocco di campane e nella città rinata per una volta è piacevole anche il rumore di sottofondo che arriva dal frenetico via vai di auto.
Ad Avezzano sono le 7.52 di un giorno di dolore da commemorare. Cento anni fa il terremoto si portò via 30mila abitanti della Marsica e di altre regioni d’Italia. Nell’Avezzano rasa al suolo da un 7° Richter le vittime furono quasi diecimila. Il terremoto, da queste parti, non se n’è mai andato. Come è stato testimoniato anche ieri mattina alle pendici del monte Salviano, dove c’è un Parco della memoria in ricordo di quel catastrofico giorno. Parco che per l’occasione è stato ristrutturato e abbellito, grazie al lavoro della Fondazione Carispaq.
Sotto l’obelisco in memoria dei 30mila morti hanno sfilato i gonfaloni dei Comuni marsicani, si sono radunati i tifosi dell’Avezzano calcio, hanno pianto i reduci di guerra sulle note dell’Inno di Mameli.
Anche il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, ha voluto partecipare, rinsaldando il tragico legame che unisce il capoluogo ad Avezzano. Cialente è tornato a parlare di sicurezza, lanciato una provocazione: «Per ogni edificio un libretto di circolazione che contenga un tagliando per la sicurezza antisismica e una piccola assicurazione a crescere per coprire una parte dei possibili problemi. Il nostro è un Paese che a cento anni dal sisma che fece oltre 30 mila morti, ma soprattutto dopo i terremoti dell’Aquila e in Emilia, non ha ancora capito che va messo in sicurezza il patrimonio edilizio».
Poco prima il tema sicurezza era stato rievidenziato dal presidente della Provincia. «Dopo il terremoto di Avezzano» le parole di Antonio Del Corvo «all’Aquila gli edifici sono stati consolidati. Tanto che la scossa del 6 aprile 2009 non li ha buttati giù. Chiediamoci perché la maggior parte dell’edilizia polverizzata dalla scossa di sei anni fa è quella realizzata negli anni Sessanta. Quando la memoria era stata cancellata».
Di memoria ha parlato anche il sindaco di Avezzano, Gianni Di Pangrazio.
«La Marsica seppe rialzarsi» ha detto nel corso dell’intervento «soprattutto la nostra forza determinata e vitale, il coraggio delle popolazioni locali, ridiedero forma e vita a questa terra, in uno sforzo collettivo che oggi ci appare in tutto il suo eroismo. A cento anni, siamo chiamati, tutti noi marsicani, a un esercizio di memoria collettiva, di condivisione umana, di riflessione storica sulle vicende del nostro territorio. Da quella tragedia abbiamo tratto insegnamenti. Queste celebrazioni, oltre che doveroso e opportuno momento della memoria, mirano a rinnovare e a trasmettere il valore dell’impegno civile, della solidarietà, del senso della responsabilità individuale, dell’impegno per la sicurezza degli edifici».
Il vescovo Pietro Santoro ha invitato i presenti a pregare «perché si fa vera memoria solo quando il dolore di ieri diventa il nostro dolore di oggi e quando il dolore di ieri diventa capacità di assumere le nostre biografie dentro le biografie delle sofferenze degli altri».
A seguire ci sono stati gli interventi del presidente della Regione, Luciano D’Alfonso, del presidente del Comitato d’onore per le celebrazioni del terremoto, Gianni Letta, e di Giovanbattista Pitoni, presidente dell’Istituzione centenario del terremoto. «Le migliori occasioni di memoria collettiva» ha affermato D’Alfonso «devono dare luogo ad un’agenda di impegni per il futuro. L’impegno che noi assumiamo è fare in modo che l’Abruzzo si faccia riconoscere per la forza di realizzare un’organizzazione di Protezione civile».
Per Gianni Letta «la memoria del dolore è la liturgia attraverso la quale la comunità ritrova la ragione della convivenza protesa al proprio futuro».
Alla fine della cerimonia un alunno si è fermato a leggere la scritta tornata a lucido sulla pietra del Carso che guarda verso la rinata Avezzano: “Amico, la città che laggiù alla tua vista si stende non è quella dei nostri padri, di essa non restò pietra su pietra nel primo mattino del 13 gennaio 1915. Questa ha un altro volto nel quale l’antico si rischiara, non nel disegno troppo diverso, ma nella forza dell’uomo che tosto riprese a camminare”.
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