Mastrostefano: sì alla soppressione del reparto aquilano

L’ex dirigente dell’ospedale di Avezzano attacca la politica «Decisione legata al maggior numero di traumi nella Marsica»
AVEZZANO. Forse nessuno conosce meglio la storia e le vicende che hanno riguardato in questi anni il reparto di Neurochirurgia di Avezzano di Roberto Mastrostefano, dirigente neurochirurgo dal 2001 al 2010 nella struttura sanitaria marsicana e uno dei fondatori del reparto insieme al primario Maurizio Fontana che ne fecero un fiore all’occhiello dell’intera sanità abruzzese.
Come pensa potrebbe giungere a una soluzione la storia infinita di questo reparto?
«La vera soluzione, senza compromessi, è capovolgere la situazione. Poiché la piazza fondamentale non è L’Aquila ma Avezzano, al centro di snodi autostradali e strade a scorrimento veloce, Roma-Pescara, Roma-Napoli e Roma-Firenze. La soluzione è spostare il reparto ad Avezzano».
Un interminabile dibattito riguarda i tempi di intervento e la sicurezza dei cittadini marsicani, parliamo di circa 150mila abitanti, e dei territori limitrofi. Quanto è importante intervenire il prima possibile e cosa comporta invece un intervento ritardato con trasporto all’Aquila?
«I tempi sono fondamentali, non solo importanti. Facciamo il caso di un ematoma epidurale, di un ematoma subdurale acuto o di un trauma cervicale mielico. Il tempo di intervento è determinante. Più tardi si arriva più il paziente ne esce peggio, se non morto».
Cosa si rischia portando un paziente della Marsica fino all’Aquila?
«Quando si parla di chirurgia d’urgenza in generale, si può fare l’esempio della “golden hour”, cioè l’ora d’oro. Quel periodo di tempo che va da pochi minuti a diverse ore dopo una lesione traumatica causata da un incidente e non solo. In quel tempo c’è più probabilità che un trattamento medico celere possa evitare la morte. È ovvio che le possibilità di sopravvivenza sono maggiori se si ricevono cure tempestive e adeguate entro un breve periodo di tempo. Bisogna sempre puntare a un rapido intervento nei casi di traumi gravi».
Ricorda qualche caso relativo al periodo in cui era ad Avezzano?
«Ad esempio da Villetta Barrea arrivavano pazienti che per essere soccorsi e trasportati ad Avezzano dovevano attendere un’ora e mezza. Per arrivare all’Aquila ci vuole molto di più. Già Avezzano è troppo lontano in molti casi. Figuriamoci L’Aquila. Ricordo il caso di una neonata caduta dalla culla a Pescasseroli. Venne mandata ad Avezzano dopo aver scartato l’ipotesi di Venafro. E io attesi il suo arrivo per un’ora. Poi fu salvata, ma se fosse passato altro tempo non so come sarebbe finita. La tempestività diventa importantissima».
Quindi ci sono tanti casi clinici tempocorrelati nella neurochirurgia?
«Certo. Lasciare un territorio come Avezzano scoperto è veramente un rischio. Per questo spostare tutto dall’Aquila, dal punto di vista clinico e territoriale, sarebbe una scelta saggia e responsabile. Il primario starebbe ad Avezzano. C’è già un primario, non c’è neanche la necessità di fare delibere ulteriori. Arriva un primario nella Marsica con l’assistente e tutti i medici. Non è complicato ed è più logico. Altri tipi di assetti possono andare bene per un po’ ma non sono soluzioni definitive e complete».
Com’era la situazione quando lei si trovava nel reparto di Avezzano?
«Ad Avezzano avevamo un decimo del budget dell’Aquila, eppure quello che abbiamo fatto in quegli anni era alla luce del sole. Ma erano questioni politiche anche allora».
Oggi che si sente di dire alla politica riguardo a questa situazione?
«La politica dovrebbe rivolgersi ai tecnici e non ai compari per prendere informazioni su cosa fare. Basta interpellare personalità autorevoli del mondo della neurochirurgia per una soluzione che tuteli gli interessi dei pazienti e non quella dell’opportunità politica o medica. L’armata Brancaleone va dai suoi padroni a chiedere la riapertura dopo che qualcuno di loro e i loro cloni hanno fatto di tutto per farla morire nel 2010-2011. Ma se si accontentano di una Unità operativa semplice senza un proprio budget e senza un primario di ruolo, la missione è fallita in partenza perché sarebbe una semplice fotocopia di dependance della Neurochirurgia dell’Aquila, come è stato dal 2011 fino ad oggi e abbiamo visto con quali risultati. L’unica possibilità è quella di sopprimere la Neurochirurgia aquilana».©RIPRODUZIONE RISERVATA

