Minorenni come schiavi: tre condanne

Accusati di maltrattamenti, ricatti e offese razziste. Assolti perché il fatto non sussiste il dottor Bernardini e le sorelle Scurci
AVEZZANO. Maltrattamenti nei confronti di minori e anziani costretti, all’interno della casa famiglia, a lavori di ogni tipo, sotto la spinta di minacce e ricatti. Con queste accuse tre persone, tra cui il proprietario della struttura di via Dalla Chiesa, sono state condannate dal giudice del tribunale di Avezzano, Anna Carla Mastelli. Si tratta di Carmine Bisceglie, 72 anni, titolare della struttura “Marsica per noi” e Benedetta Cerasani, di Pescina (39), reggente organizzativa. Sia a Bisceglie che alla Cerasani è stata inflitta una pena di due anni e sette mesi di reclusione, oltre all’interdizione temporanea dalla gestione dell’attività e al pagamento dei danni. Antonia La Vita, l’altra operatrice, è stata invece assolta dall’accusa di maltrattamenti e condannata a due mesi di reclusione per ingiurie e percosse a sfondo razziale. Aveva infatti apostrofato un giovane ospite della struttura: «Sporco marocchino, figlio di...». Sono invece stati assolti con formula piena, perché il fatto non sussiste, il medico della struttura, Domenico Bernardini, e le altre operatrici sociosanitarie, Angela Scurci e Maria Sabrina Scurci. Il collegio difensivo era composto dagli avvocati Pasquale Milo, Roberto Verdecchia, Raffaele Scurci e Lorenzo Lancia. Secondo l’accusa, i minori erano stati obbligati a svolgere gratuitamente pulizie di bagni, corridoi e lavori di ogni tipo e, in caso contrario, per punizione, veniva loro vietato di telefonare e di tornare a casa. L’accusa in giudizio è stata rappresentata dal pubblico ministero Roberto Savelli, che aveva chiesto la condanna a tre anni per Biseglie e Cerasani, un anno per le sorelle Scurci e un anno e sei mesi per La Vita, concludendo, invece, per l’assoluzione nei confronti del psicopedagogista Domenico Bernardini. «Ricorreremo in Appello», ha dichiarato l’avvocato Pasquale Milo, difensore di due condannati, «ritenendo fondate le nostre ragioni». La parte civile era rappresentata dagli avvocati Stefano Guanciale, Patrizia Bernardi, Antonello D’Amico e Annamaria Calicchia. (p.g.)
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