«Mio padre? Un avvocato-artista»

Il ricordo di Enrico, figlio del penalista Marinucci: era innamorato dell’Aquila
L’AQUILA. Le mani sporche di pittura - che soltanto una mistura inconsueta di sapone per piatti e olio d’oliva riusciva a togliere via - mentre scende dalla stanza ai piani alti della casa di via Campo di Fossa, in cui si rifugiava per dipingere. Quando non era nelle aule giudiziarie. È una delle immagini più affettuose e intense che ha del padre Enrico Marinucci, figlio d’arte dell’avvocato Bernardino Marinucci. A distanza di poco più di dieci giorni dalla scomparsa del principe del foro aquilano che ebbe parte anche nello storico processo del Vajont – che si tenne all’Aquila – Enrico traccia un ritratto del padre in cui vince il ricordo di bambino su quello dell’adulto. Per Enrico Marinucci, il padre è colui che lo ha avviato alla professione senza forzature, semplicemente facendogli respirare la cultura, la passione, le storie dibattute negli ambienti giudiziari. «A mio padre devo tutto», racconta, «dalla passione per il mio lavoro all’amore per le auto d’epoca, fino al teatro, alla letteratura, all’arte. E curò anche una mostra dedicata al Guerriero di Capestrano realizzando 5 calchi in gesso a grandezza naturale. Ma il talento per la pittura, quello no: «Quello non si può insegnare».
Quale era il tuo rapporto con tuo padre nella veste di avvocato?
«E’ sempre stato di grande affetto. Ma allora c’era un modo diverso di rapportarsi tra genitori e figli. Papà tornava a casa e parlava dei processi che aveva fatto e questo sicuramente ha anche influenzato il mio futuro orientamento professionale, ma non me lo ha mai imposto, pur portandomi con sé fin nelle aule delle carceri in cui si svolgeva un interrogatorio. A quel tempo era forse tutto più facile, adesso per i giovani avvocati ci sono molte più difficoltà».
Ma suo padre aveva anche altri interessi.
«Un’altra grandissima passione di papà era quella per le macchine. Lui correva, prima da solo, poi abbiamo cominciato a correre insieme. Abbiamo fatto insieme tutti i circuiti d’Italia, da Vallelunga a Monza, da Magione a Mugello. Aveva anche un grande interesse per le auto d’epoca, sempre insieme abbiamo partecipato a numerosi raduni. Ha spinto, ad esempio, per la realizzazione della coppa Gran Sasso, disegnandone anche lo stemma».
E il processo del Vajont come andò?
«Codifensori dei principali imputati erano Conso e Delitala che spesso si incontravano nello studio di mio nonno (condiviso con papà) per affrontare il lavoro insieme. Al centro dell’ufficio c'era un plastico che rappresentava la tragedia con un pezzo del monte che scivolava giù. Per me era un gioco all’inizio, ma capii subito che si trattava di una tragedia che avrebbe segnato la vita del Paese».
Come è stato il terremoto del 2009.
«Sì. Era molto legato all’Aquila, per lui – come per moltissimi altri – il terremoto è stato un colpo tremendo. Mi disse: ‘Io L’Aquila non la rivedrò mai più. E così è stato. Dall’aprile del 2009 è tornato in città di rado, vivendo come in esilio».
Che carattere aveva suo padre?
«Amava vivere la città , aveva un modo di fare amabile e cortese, ma anche agguerrito, forte, i rapporti con alcuni magistrati non erano affatto idilliaci, perché esprimeva in modo diretto il suo pensiero, nel bene e nel male. Per questo si è creato amicizie ma anche inimicizie».
Che rapporto aveva con la nipote Letizia?
«Di grande complicità. Ricordo mia madre e mio padre distesi per terra a disegnare o giocare, ad esempio a nascondino, con lei».
(m.g.)
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