Momenti di gloria nei racconti dei campioni

14 Aprile 2018

All’Università incontro con gli assi neroverdi, dai trionfi del passato alla voglia di rinascita di oggi

L’AQUILA. «Di quella giornata mi ricordo tutto». Antonio Di Zitti arriva al convegno “Momenti di gloria” caracollando un po’. È la sua andatura da sempre, anche quando calcava i campi di rugby. Porta sul palco dell’aula magna di Scienze umane un palmarès di tutto rispetto. Cinque (dicasi cinque) scudetti. Tre da giocatore – uno con le Fiamme Oro e due con L’Aquila rugby – e due da presidente del sodalizio neroverde. «Di quel primo scudetto mi ricordo tutto», esordisce davanti alla platea di vecchie (si fa per dire) glorie del rugby aquilano. Al microfono del convegno organizzato dall’Università dell’Aquila, c’è Paolo Pacitti, voce di Radio Rai, un giornalista che del rugby nostrano conosce un numero infinito di storie e aneddoti. E sarà lui a imbeccare la platea di ex giocatori, ricordando episodi che il tempo stava quasi per cancellare. Il primo scudetto, del 1967, l’ultimo scudetto del 1994, quello della finale di Padova col Milan. «Quando siamo arrivati al Tre Fontane», racconta Di Zitti, «pensavamo che ci saremmo trovati di fronte 1.000, 1.500 tifosi. E invece dall’Aquila erano scesi in 4.000, tutti con la foto dell’Aquila rugby» (opera del fotografo Guido Cocciolone). «Fu un impatto incredibile».
«Loreto, scusami, cosa è successo dopo? Aiutami che io non mi ricordo». «Per forza», interviene dalla platea Loreto Cucchiarelli. «Dopo la vittoria avevamo tutti bevuto un po’». Pacitti ricorda i primi vagiti del rugby all’Aquila, nel 1936. Ci vogliono 31 anni per arrivare al primo scudetto, a quel giorno della finale con le Fiamme Oro Padova, con meta di Giampiero Ricci, da poco scomparso. «Lui e Angelo Autore sono gli unici che sono venuti a mancare», ricorda Di Zitti, suscitando l’applauso della platea. Dallo schermo arriva il messaggio di Sergio Parisse Jr, capitano della nazionale di rugby. In platea, all’arrivo di Massimo Mascioletti, c’è l’abbraccio fraterno con Antonio Colella e Alessandro Bottacchiari. «Noi eravamo tutti amici, in campo e fuori», ricorda Di Zitti. «Giocavamo un rugby diverso, nuovo», spiega Cucchiarelli, «fatto per divertirci e divertire. Non statico, come si usava a quei tempi, ma dinamico. Avevamo avuto la fortuna di retrocedere in B e proprio in quel campionato avevamo posto le basi per il nostro gioco».
I ricordi scivolano all’ultimo scudetto, quello del 1994, quello dell’incredibile finale con il Milan di Berlusconi. «Io ero all’Aquila quando la squadra rientrò, all’una di notte», ricorda Pacitti. «E c’era gente ovunque, in piazza, in ogni via del centro». Come nel 1967, anche allora il primo ricordo dei giocatori al rientro in città è stato quello, indimenticabile, dell’impatto con un mare di folla. Il rugby sarà cambiato, ma una cosa resta la stessa: il terzo tempo, col brindisi finale, tutti insieme, a via Vicentini.
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