Monticchio rivuole la statua di San Nicola finita a New York

15 Gennaio 2020

Fino al 1913 l’opera era venerata dalla comunità locale Poi la misteriosa sparizione, il restauro e il ritrovamento

MONTICCHIO. Innanzitutto le date. La statua lignea di San Nicola di Bari (datata XIV secolo) fino al 1913 era conservata e venerata nella chiesa parrocchiale di Monticchio (frazione dell’Aquila) che è dedicata proprio al Santo vescovo. In quell’anno la statua sparisce e ricompare a New York alla fine degli anni Trenta del secolo scorso nella collezione privata di uno scultore americano, collezione che già prima della Seconda guerra mondiale diventò sezione del Metropolitan Museum of art di New York, uno dei più importanti musei del mondo dove la statua è stata restaurata e tuttora la si può ammirare. A Monticchio la vicenda della sparizione, nel 1913, della statua (legno dipinto e dorato alta 186.7 centimetri e larga 43.5 centimetri) era stata praticamente dimenticata. Ne aveva parlato don Mario Morelli nel libro sulla storia del paese pubblicato nel 1962, ma lo studioso aveva fatto solo un breve accenno alla vicenda, per di più in una nota alla fine del volume.
LA STORIA E L’AUTORE.Alcuni storici dell’arte ne hanno però scritto in diverse pubblicazioni fra cui una del 2010 dedicata proprio alle sculture medioevali italiane finite nel Metropolitan Museum of Art. Più recentemente è stato dato alle stampe uno studio di Alessandro Delpriori (storico e docente all’Università di Firenze) che, sin dal titolo, fa esplicito riferimento alla statua di San Nicola di Monticchio. Tra l’altro, Delpriori attribuisce la fattura della statua al “Maestro di Campo di Giove” mentre finora nelle schede reperibili sul web si parlava genericamente di “Anonimo umbro-abruzzese”. Scrive Delpriori: «La tipologia del “San Nicola” che si conserva a New York che proviene dalla parrocchiale – dedicata al Santo vescovo – del piccolo centro di Monticchio fa pensare che attorno a essa dovessero essere previste le storie del Santo che andavano a racchiudere il simulacro e, una volta aperte, a identificarlo, ma purtroppo di queste non abbiamo alcuna notizia. Sappiamo che la scultura abbandonò il suolo abruzzese piuttosto tardi, sembra prima della Grande guerra, anche se, ancora nel 1932, è citata nell’elenco delle sculture francesizzanti redatto dal Gavini nel 1932. Nel 1939 però, la statua è già inserita nel catalogo delle collezioni newyorkesi». Sull’attribuzione Delpriori fa una sua ipotesi confortata da prove importanti: «La statua del Santo vescovo si confronta in maniera ineccepibile con il Sant’Eustachio di Campo di Giove. Al di là del differente stato di conservazione, migliore nell’esemplare di Monticchio, i due simulacri hanno lo stesso modo di trattare il panneggio che ondeggia man mano che si scende, con la cresta delle pieghe geometrica, quasi tagliente. Ad essere però significativo per l’attribuzione è il piccolo Cristo benedicente che compare al centro della veste di San Nicola i cui caratteri sono assolutamente gli stessi delle immagini delle tavolette con le storie di Sant’Eustachio a partire dalla decorazione del nimbo, punzonato a buccia d’arancia con grandi bolli centrali, fino all’espressione un po’ imbronciata». A questo punto quindi si sanno sia l’epoca della realizzazione (fra il 1350 e il 1375) che l’autore.
IL MISTERO. Manca un tassello sul quale nei giorni scorsi alcuni abitanti di Monticchio si sono interrogati su un gruppo whatsapp di solito utilizzato per informare i compaesani sulle iniziative che vengono man mano organizzate, evidenziare i problemi del paese e se serve avviare un dibattito-confronto fra i cittadini. Luciano Bottone, Giuseppe Ciccone, Fabrizio Civisca e Massimo Scimia pochi giorni fa si sono chiesti: «Ma come è arrivata la nostra statua a New York?». Qui si entra in una sorta di spy story, un giallo internazionale con al centro un’importante opera d’arte. Cosa che, per L’Aquila, non è una novità basti pensare alla Visitazione di Raffaello che oggi è a Madrid o ai leoni in pietra di Palazzo Spaventa di Preturo che sono finiti in una collezione privata sempre a New York.
I PERSONAGGI CHIAVE. Per quanto riguarda il “mistero” sul San Nicola di Monticchio bisogna concentrare l’attenzione su due personaggi: il primo è don Amedeo Galassi parroco di Monticchio dal 1885 al 1945 (praticamente per tutta la vita sacerdotale, era nato nel 1861). Don Galassi lasciò all’archivio parrocchiale delle relazioni – pubblicate in parte da don Mario Morelli (che fu praticamente il suo successore) – nelle quali racconta di diversi interventi edilizi fatti nella chiesa tra cui l’ultimo fra il 1913 e il 1914 (la chiesa ristrutturata venne inaugurata nel dicembre 1914). Da queste relazioni emerge che molte opere d’arte conservate fino ad allora a Monticchio vennero disperse (o addirittura vendute, magari per finanziare i lavori della chiesa). Fra queste, annota don Morelli, una statua lignea della Madonna delle Grazie (oggi al Munda), una croce processionale di Nicola da Guardiagrele (anche questa al Munda, un’altra croce è invece conservata dalla Curia in attesa della ricostruzione post-sisma della chiesa) e la statua di San Nicola del XIV secolo. Il San Nicola sparisce quindi nel 1913 (in una foto d’epoca appare annerito e quasi “illeggibile”) e negli anni Venti ricompare nella collezione privata del secondo personaggio della nostra storia: lo scultore americano George Grey Barnard (1863-1938). Dalle sue biografie risulta che “durante gli anni trascorsi lavorando in Francia, in regioni rurali, Barnard arrotondava i guadagni individuando e vendendo sculture e frammenti architettonici medievali capitati nelle mani di proprietari terrieri locali nel corso di vari secoli. Barnard tornò negli Stati Uniti alla vigilia della Prima guerra mondiale e aprì un museo nella punta settentrionale di Manhattan, dove raccolse la sua collezione privata di oggetti medievali”. Dunque anche il San Nicola finì nelle mani dello scultore americano. Potrebbe essergli arrivato da chi lo aveva comprato a Monticchio (o magari rubato) attraverso le enigmatiche vie del commercio internazionale (presumibilmente illegale) di opere d’arte. Potrebbe esserci anche una ipotesi più “romantica” e che cioè la statua sia stata comprata da un monticchiese poi emigrato negli Stati Uniti (spesso oltreoceano gli emigrati provenienti da uno stesso paese riproponevano feste religiose e riti del loro borgo di origine) il quale una volta in America, magari chissà, per bisogni economici impellenti, potrebbe averla venduta – oppure svenduta – a Barnard o alla rete che faceva a lui capo.
LA RICHIESTA. Oggi l’opera, restaurata, si presenta in tutto il suo splendore. A Monticchio sta maturando l’idea di chiedere alle autorità competenti – nell’ambito di scambi fra musei che sono abbastanza comuni – di poter esporre all’Aquila la statua e magari, almeno per qualche ora, riportarla a Monticchio (e farne fare poi una copia da conservare in paese). L’occasione potrebbe essere l’inaugurazione della chiesa ristrutturata dopo il sisma (anche se i lavori sono fermi da tempo e non si sa bene quando finiranno). Per le comunità piegate dal terremoto del 2009 il richiamo alle radici storiche, religiose e culturali è sempre un segno di vitalità e voglia di rinascita.
©RIPRODUZIONE RISERVATA