Mostra con gli strumenti usati nel Vajont

21 Settembre 2020

Il ritorno all’Aquila delle carte del processo apre la strada alla riscoperta dei pezzi restaurati dall’Ingv

L’AQUILA. Il ritorno all’Aquila (all’Archivio di Stato) entro il 2021 delle carte del processo del Vajont (che oggi sono ancora nell’Archivio di Stato di Belluno, nel quale furono portate dopo il terremoto del 2009) potrebbe coincidere anche con una mostra della strumentazione storica dell’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia.
Fabrizio Galadini, a nome dell’Ingv, con una lettera all’Archivio di Stato, ha reso noto che “nella sede dell’Aquila dell’istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, viene svolto il restauro di strumentazione storica utilizzata, nello scorso secolo, in vari campi delle Scienze della terra. Questa strumentazione era, in gran parte, ospitata nei sotterranei del Castello Cinquecentesco, sede storica dell’Ingv nel capoluogo abruzzese. Nel corso delle attività di restauro, sono state rinvenute parti di un Vibrografo Askania, utilizzato dal professor Pietro Caloi durante il monitoraggio sismico dell’area della diga del Vajont. Lo strumento è stato restaurato ed è ora fruibile nel quadro di eventuali iniziative divulgative. In questi mesi, inoltre, il personale della sede Ingv dell’Aquila ha avuto modo di rinvenire a Messina ulteriore strumentazione, i cosiddetti Fotosismometri Girlanda, che pure furono utilizzati dal professor Caloi nel corso delle attività di monitoraggio del Vajont. In merito a questi strumenti, sono in corso pratiche per l’acquisizione dai possessori privati. Nel complesso sta emergendo un interessante rapporto tra la ricerca geofisica storica svolta nello scorso secolo all’Aquila dall’allora Ing e la catastrofe del Vajont. Il legame tra il capoluogo abruzzese e la storia di quella diga sembra pertanto arricchirsi rispetto a quello già fortemente delineato dalla vicenda processuale successiva alla catastrofe. Inutile evidenziare le possibilità di rappresentazione in chiave divulgativa che questa doppia connotazione può fornire”.
L’Ingv ha chiesto, quando il fondo archivistico sul Vajont tornerà all’Aquila da Belluno, di “avere accesso alla cospicua documentazione processuale” per organizzare al meglio la mostra sulle strumentazioni.
Il “disastro del Vajont” si verificò la sera del 9 ottobre 1963 e fu dovuto alla caduta di una frana dal soprastante monte Toc nelle acque del bacino artificiale realizzato grazie a una diga.
La diga resse, ma l’acqua tracimò e distrusse i paesi del fondovalle tra cui Longarone. Morirono quasi 2.000 persone. Le carte testimoniano un lungo iter processuale: dalla fase istruttoria durata nell’insieme quasi cinque anni seguita, nel corso dei due anni e mezzo successivi, dai tre giudizi in corte d’Assise, in Appello (che si tennero all'Aquila) e in Cassazione.
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