Mozione antifascista bocciata dal consiglio

16 Febbraio 2018

L’iniziativa della Cimoroni (L’Aquila chiama) respinta dalla maggioranza compatta Ma per l’opposizione hanno votato solo in quattro, assenti tutti gli altri

L’AQUILA. Non è passata, in consiglio comunale, la mozione presentata dalla consigliera della Coalizione sociale, Carla Cimoroni (L’Aquila chiama), che chiedeva al Comune di vietare sia l’uso di spazi pubblici, sia la concessione di contributi a organizzazioni e soggetti «che diffondono idee e comportamenti ispirati all'odio razziale, all'omofobia, all'antisemitismo, al fascismo e al nazismo». La mozione è stata respinta con 15 voti contrari, tutti della maggioranza. Sono stati solo quattro, tuttavia, i consiglieri di minoranza che si sono espressi a favore: Angelo Mancini (L’Aquila sicurezza lavoro), Giustino Masciocco (Articolo 1-Mdp), Stefano Albano e Emanuela Iorio (entrambi Pd). Assenti, al momento del voto, tutti gli altri. «Non è una mozione scritta a caldo dopo i fatti di Macerata», ha tenuto a precisare la Cimoroni, «ma una semplice attuazione della Costituzione e delle altre norme dell’ordinamento italiano, come la legge Scelba o la legge Mancino, che puniscono, tra le altre cose, l’apologia del fascismo e tutte quelle manifestazioni che diffondono, in qualsiasi modo, idee basate sulla superiorità e quindi sulla discriminazione razziale, etnica, religiosa o di altro tipo. Una delibera simile è stata approvata anche dal Comune di Brescia ed è di qualche giorno fa la notizia che il Tar ha respinto il ricorso di Casapound che si era opposta alla decisione dell’ente. I giudici hanno scritto che la delibera era in linea con i principi democratici costituzionali».
Durante la discussione della mozione è intervenuto anche il sindaco Pierluigi Biondi. «Questa mozione serve a creare solo un’inutile conflittualità», ha detto il primo cittadino, «credo che invece servano gesti di pacificazione e riconciliazione. Non abbiamo più bisogno di dividerci su questioni superate e consegnate alla storia. I fatti di Macerata vanno ricondotti a forme di patologia individuali e non a scelte collettive». La Cimoroni si è vista bocciare anche un’altra proposta, relativa alla delibera contenente l’atto di indirizzo per la nomina dei vertici delle società partecipate. La consigliera di Coalizione sociale aveva presentato un emendamento che chiedeva di aggiungere, alle condizioni di incompatibilità per la nomina degli amministratori, oltre alla parentela fino al terzo grado con il sindaco e i componenti della giunta, anche la parentela, e sempre fino al terzo grado, con i consiglieri comunali. Così come approvata, la delibera prevede che potranno essere nominati a capo delle partecipate i candidati in possesso, alternativamente, di un diploma, di una laurea oppure di una «comprovata esperienza amministrativa o con ruoli di gestione, di almeno tre anni, in enti pubblici, aziende, istituzioni, fondazioni, consorzi e società partecipate del Comune».
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