Nel paese fantasma dimenticato da tutti

16 Gennaio 2018

Il viaggio del Centro un anno dopo il terremoto e la nevicata

CAMPOTOSTO. Nella baracca-emporio di Adriana Ponzi in piazza della Chiesa, fra decine di souvenir ci sono, sistemate su un espositore in metallo, le cartoline con l'immagine di Campotosto. Ritraggono il paese alla fine degli anni Settanta del secolo scorso. A destra l'imponente chiesa di Santa Maria Assunta con il campanile che svetta sulla facciata, a sinistra il palazzo del municipio dietro cui si intravede il bosco ancorato alla montagna. In primo piano bambini che giocano in maglietta e pantaloncini corti e una piccola oasi con qualche panchina, alberi che fanno ombra e donano un po' di frescura in un posto che è fresco già di suo praticamente per tutto l'anno.
IL PAESE CHE NON C'È. Quella Campotosto oggi non esiste più e non solo perché sono passati più di 40 anni dalla foto-cartolina. Quei bambini hanno superato i 50 anni e le macchine che si vedono parcheggiate qua e là, se esistono ancora, sono nel garage di qualche appassionato di auto d'epoca. La chiesa è ridotta a un cumulo di macerie, solo il campanile è ancora in piedi ma fra qualche giorno arriveranno operai e vigili del fuoco per buttarlo giù. Il palazzo del Comune è come decapitato e le crepe sono evidenti ovunque. Anche l'edificio sede della massima istituzione locale è destinato a essere demolito. Si discute se rifarlo nello stesso posto o altrove. Lì dove per decenni è sventolata la bandiera italiana potrebbe essere realizzato un belvedere per guardare verso la valle dal fascino mozzafiato e nella quale il grande lago artificiale utilizzato dall'Enel per produrre energia, con le sue enormi dighe, suscita ammirazione e paura allo stesso tempo.
BARACCHE E CONTAINER. La piazza della chiesa oggi sembra l'angolo di un luna park. Alle poche attività commerciali _ i cui proprietari hanno avuto il coraggio di riaprire _ sono state date delle baracche che fino all'agosto del 2017 si trovavano, inutilizzate, all'Aquila. In un container c'è la farmacia, in un altro l'ufficio postale che apre tre giorni alla settimana dalle 8.30 alle 13.45. L'esiguo personale comunale è dentro altri container, a duecento metri dalla sede originaria. A fianco sono state poggiate due grandi campane che chissà quando potranno tornare a suonare. L'ufficio tecnico è invece ospitato nella caserma dei carabinieri a meno di un chilometro dalla piazza, sulla strada che porta ad Amatrice. Campotosto aveva resistito abbastanza bene al terremoto della fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, al terremoto dell'Aquila del 2009 e anche a quello di Amatrice del 2016. Certo nel 2009 e nell'agosto 2016 danni ce n'erano stati, molte le case E nel cuore del centro storico, ma il paese aveva mantenuto una sua integrità, era insomma ancora riconoscibile.
UN ANNO FA. La ricostruzione post 2009, al momento del terremoto del 2016, di fatto non era ancora partita, solo qualche casa singola e un paio di aggregati avevano visto l'avvio dei cantieri. Poi è arrivato il 18 gennaio 2017, un anno fa. E tutto è cambiato. Nel vicino paesino di Ortolano, oggi evacuato, Ercole De Dominicis di 73 anni, mentre usciva da casa terrorizzato dal terremoto, finì travolto da una valanga. Erano gli stessi giorni della tragedia di Rigopiano e Campo Felice. Da allora le scosse, medio-piccole per fortuna, hanno continuato ad accompagnare la vita di poco più di un centinaio di persone (sui circa 500 residenti ufficiali) rimaste a Campotosto e nelle sue frazioni (con Ortolano ci sono Poggio Cancelli, Mascioni e abitazioni sparse a Rio Fucino e Casa Isaia).
I RESISTENTI. Fra chi è voluto rimanere c'è Assunta Perilli con la sua “Fonte della tessitura”. Assunta _ nominata di recente ambasciatrice nel mondo del Parco Gran Sasso-Monti della Laga _ ha recuperato dalla memoria delle nonnine del paese un'arte che stava scomparendo. Per poter riaprire l'attività ha dovuto comprarsi una casetta che ha trovato posto a due passi dal monumento ai caduti. Fabrizio Calandrella è il barista. A mezzogiorno di un nemmeno tanto freddo sabato di gennaio il suo locale è vuoto. «Se dovessi contarli potrei dire di avere una decina di avventori al giorno», dice. Roba da mollare e scappare. Ma lui vuole restare: «Voglio provare a resistere, se dovesse scomparire anche il bar sarebbe il segno che non c'è più speranza». Dietro la piazza, fra i crolli avvenuti un anno fa e le successive demolizioni, la desolazione è totale. La gran parte delle persone (l'85 per cento) abita nei map (moduli abitati provvisori) costruiti nel 2009, ma servono altre casette per chi momentaneamente è emigrato all'Aquila. I map con le ordinanze del 2016-2017 sono diventati Sae (Strutture abitative per l'emergenza). Prima o poi un po' di Sae dovrebbero arrivare.
LE MORTADELLE. Fra i ruderi gira solo qualche cane. Poi ecco che spunta un edificio. Integro. È chiuso ma dai foglietti attaccati alla porta si capisce che è li che si producono le famose mortadelle di Campotosto, volgarmente definite “coglioni di mulo”. Due finestre in alto sono aperte e dentro si intravedono le mortadelle appese. L'aria che penetra dall'esterno serve per la stagionatura che, terremoto o non terremoto, non può attendere. Per il resto silenzio. L'unico posto dove c'è un po' di movimento è nel negozio di alimentari . Ce ne sono due, sempre in piazza e sempre dentro casette di legno. Uno è chiuso perché la titolare è influenzata e nell'altro c'è persino un accenno di fila. Ma dura poco.
IL FUTURO. Di turisti manco l'ombra e nemmeno curiosi alla ricerca del selfie con macerie sullo sfondo come accade ad Amatrice. Campotosto, nel gennaio 2017, a livello mediatico è stato una meteora. Se ne è parlato poco e questo ha condizionato anche l'arrivo di offerte e donazioni: meno di 40.000 euro. L'unica cosa bella realizzata in questo anno è stata una struttura polifunzionale costruita con fondi e manodopera degli alpini dell'Ana. Che sanno cosa significa vivere in queste zone (1.420 metri sul livello del mare). Arrivare a Campotosto a metà gennaio non è facile. Un anno fa l'isolamento durò giorni. Ma a\nche sabato scorso, nonostante il tempo clemente, lunghi tratti di strada erano ancora innevati e se la notte gela il transito non è una passeggiata. Appena si arriva, colpiscono le tante macerie (che nel 2009 praticamente non c'erano e il Comune era regolarmente aperto) e le scritte sui pochi muri rimasti in piedi. Qui il problema non è solo la ricostruzione ma anche come immaginare il futuro. Chi abita a Roma e aveva qui una seconda casa si tiene alla larga. I giovani ormai si contano sulla dita di una mano. Una scritta recita: uccisi dal silenzio. A volte il silenzio fa più male del fragore dei crolli.
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