Neviera a Palazzo Centi Un freezer 6 metri per 10

17 Febbraio 2019

L’antico contenitore di neve e ghiaccio ritrovato nella storica sede della Regione Lavori al via entro l’estate. I sopralluoghi svelano il mega-serbatoio del 1700

L’AQUILA. Una neviera a pozzo, un vero e proprio silo sotterraneo, con le pareti di pietra e volte di mattoni: un ambiente cilindrico alto una decina di metri e largo circa sei. Questa struttura, che serviva per l’accumulo della neve, si trova nella corte esterna di Palazzo Centi, a piazza Santa Giusta, fino al 6 aprile 2009 sede della giunta regionale. I lavori di restauro del prestigioso edificio barocco del 1700 partiranno entro l’estate, dopo che lo scorso 25 gennaio è stato sottoscritto il contratto di appalto tra la Regione e la General Costruzioni srl, impresa molisana che si è aggiudicata l’appalto da oltre 6 milioni di euro al termine di una lunga battaglia giudiziaria contro la Cingoli Nicola & Figlio srl di Teramo.
LA SCOPERTA. In questi giorni si stanno effettuando i primi sopralluoghi e i tecnici della ditta Teco 3D sono scesi all’interno della neviera, che è risultata intatta e rappresenta una preziosa testimonianza, non solo dal punto di vista storico e architettonico, ma anche della funzione sociale svolta da queste costruzioni. L’esistenza di “fosse per la neve” è documentata in città fin dal 1500: potevano essere sia comunali che private, come quella di Palazzo Centi, che era a uso esclusivo e quindi la neve, per motivi igienici, non poteva essere venduta. Quelle comunali, invece favorirono, ove presenti, un’attività economica che raggiunse il massimo sviluppo tra il XVII e XVIII secolo e che venne meno solo con l’avvento dei primi stabilimenti di produzione industriale del ghiaccio.
NEVE E GHIACCIO. Nell’antichità neve e ghiaccio erano l’insostituibile e unica fonte di “freddo”. In un verbale del consiglio comunale del 12 dicembre 1879 viene disposto che occorre “assicurare l’esistenza nella città, in tutto il corso dell’anno, di questo genere, la cui mancanza, in caso di malattia, può essere fatale per gli individui che potessero averne bisogno”. Oltre che indispensabile per usi sanitari, la neve ghiacciata era richiesta per la conservazione dei cibi e per la produzione di granite e sorbetti. Veniva accumulata in luoghi esposti a Nord e freschi quali sotterranei, grotte e fosse, oppure in manufatti appositamente costruiti: grandi serbatoi interrati di forma cilindrica o parallelepipeda. Le autorità comunali affidavano a un appaltatore la “privativa” della raccolta, conservazione e vendita al dettaglio della neve, a prezzi definiti, a chiunque la richiedesse. L’appaltatore era obbligato ad avere “uno sportellino alla porta dello spaccio, onde somministrare la neve a chi la richiedesse di notte ad uso degli infermi senza potersi denegare a tale somministrazione in qualunque ora della notte”, come si legge in un contratto di privativa del 1824. La neve era di due qualità: quella di montagna detta “neve bianca”, proveniente dalla grande riserva del Gran Sasso, più pregiata e destinata alle persone agiate specialmente “per uso mensa”, e quella comune o “neve nera”, contenente impurità, meno costosa, raccolta in città e acquistata dal “basso popolo” solo per combattere febbri mortali o emorragie. La neve veniva raccolta dai nevaroli e introdotta nell’apertura a bocca della neviere, disposta su un fondo di paglia e compattata: si otteneva così un ghiaccio granulare, che veniva tagliato e venduto.
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