Niente caffè da asporto, molti i bar chiusi

14 Novembre 2020

Tanti i gestori che hanno sospeso l’attività e c’è chi chiede controlli più rigorosi contro i “soliti furbi”

SULMONA. Non decolla il caffè da asporto in città. La gran parte dei bar, anche quelli del centro storico, infatti, ha chiuso interamente l’attività con l’ingresso dell’Abruzzo tra le regioni arancioni. Le disposizioni sulla chiusura totale di bar e locali, a cui sono consentiti solo l’asporto e la consegna a domicilio, hanno decretato la chiusura di molte attività. Così, mentre i gestori chiedono più controlli per punire solo chi sbaglia e non tutta la categoria, c’è chi amaramente ironizza sull’ormai celebre frase “andrà tutto bene”, dietro le saracinesche chiuse. In città, però, ci sarebbe anche qualche attività, soprattutto nella zona nuova, poco rispettosa delle regole, come denuncia il consigliere comunale di maggioranza Andrea Ramunno. «Ho notato che nel primo giorno di zona arancione in molti non hanno rinunciato al caffè della mattina», spiega il giovane consigliere. «Con i miei occhi però ho visto situazioni che di asporto avevano ben poco. Si rischia per la stupida furbizia di qualcuno di danneggiare tutti, anche chi in maniera seria rispetta le regole. Tutti sono in difficoltà, purtroppo. Stringiamo i denti e teniamo duro, la strada da percorrere è ancora tanta». Lancia un appello alla correttezza e al rispetto delle regole Franco Ruggieri, referente della Cna e titolare di uno dei bar più noti del centro storico. «Noi abbiamo chiuso», racconta, «come la gran parte delle attività del centro storico. Del resto è impossibile pensare che un bar si possa reggere sull’asporto di qualche caffè e cornetto. Quel che lascia con l’amaro in bocca è il comportamento non sempre corretto di tutti i colleghi. Non è nostro costume presentare esposti e denunce, anche perché sappiamo che c’è una task force tra le forze dell’ordine che si sta occupando proprio di verificare queste situazioni. Non vogliamo giudicare nessuno perché il momento è quello che è e le spese sono tante, ma per la scorrettezza di pochi ci rimette la reputazione di un’intera categoria».
Cosa ribadita da molti ristoratori, che rifiutano l’appellativo di untori e raccomandano il rispetto delle regole. «Non faccio altro che leggere che siamo untori e cattivi imprenditori, c’è un odio nei nostri confronti che mi amareggia», ribatte Alessandro Candido titolare di uno dei bar storici di piazza Garibaldi. (f.p.)
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