Niente diffamazione La Cassazione assolve l’ex sindaco D’Amico
Morino, era stato querelato da un maresciallo dei carabinieri I fatti relativi all’alienazione, poi revocata, di una vecchia scuola
MORINO. Il sindaco che esprime su Internet le sue ragioni su una vicenda di interesse pubblico, non può essere condannato per diffamazione, se le sue dichiarazioni sono espresse in maniera appropriata e si fondano su fatti accertati. In tal caso, poiché l'articolo 51 del Codice penale gli riconosce il diritto di critica, il reato non si configura.
È quanto emerge da una sentenza di qualche giorno fa della V Sezione penale della Corte Suprema di Cassazione. Sentenza che pone la parola fine, dopo otto anni, a una vicenda giudiziaria che ha avuto come protagonisti l'ex sindaco di Morino ed ex vicepresidente del consiglio regionale, Giovanni D’Amico, e un maresciallo dei carabinieri in servizio fino a qualche tempo fa alla Procura della Repubblica di Avezzano.
D’Amico, querelato per diffamazione dal sottufficiale, era stato condannato sia in primo grado che in Corte d’Appello al pagamento di una multa di 10.000 euro. Ora però i giudici della Suprema Corte (presidente, Paolo Antonio Bruno) ribaltano il verdetto e assolvono direttamente l'imputato con la formula “perché il fatto non costituisce reato”.
La vicenda risale al 2010. L’amministrazione di Morino, poco prima dell’inizio della campagna elettorale, decide di alienare in favore del sottufficiale, nonostante il parere negativo degli uffici competenti, un edificio scolastico dismesso, di proprietà del Comune. La nuova giunta, retta da Giovanni D’Amico, ne revoca però l’aggiudicazione.
Per tutta risposta il militare impugna il provvedimento dinanzi alla Corte dei Conti che ha riconosciuto all’amministrazione di avere agito a tutela del bene pubblico, al Tar che ha annullato invece la revoca per difetto di comunicazione all’interessato, e querela il sindaco per abuso d’ufficio.
Querela che è stata archiviata. Dopo alcuni tentativi di risolvere la questione in via transattiva, andati a vuoto, D’Amico decide di pubblicare sul proprio sito internet un comunicato nel quale sottolinea il contrasto tra la difesa dell’interesse pubblico, perseguito dalla sua giunta, e la difesa dell’interesse privato, unico movente del maresciallo.
Infastidito dal comunicato, il sottufficiale querela di nuovo il sindaco: questa volta per diffamazione. I giudici di primo e secondo grado gli danno ragione e D’Amico viene condannato. La Cassazione invece lo assolve con formula piena.
Giovanni D'Amico, secondo i giudici della Suprema Corte, legittimato dal suo ruolo, «ha solo voluto offrire all’attenzione della pubblica opinione il proprio punto di vista su una vicenda ben delineata nei suoi contorni fattuali e provocare un’approfondita riflessione su un tema di rilevante interesse, quale la dismissione di beni pubblici e la congruità del prezzo dell’alienazione», evidenziando la contrapposizione tra interesse pubblico e quello privatistico.
Oltre all'interesse pubblico, per la Cassazione, sussistevano anche le altre due condizioni che determinano l’applicazione del diritto di critica: la correttezza espressiva e la verità del fatto narrato.
Con questa sentenza la Cassazione sancisce un principio giuridico al quale attenersi in casi analoghi. L’ex sindaco di Morino ed ex vicepresidente del consiglio regionale è stato assistito dall'avvocato Francesco Innocenzi.
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