Niente premi al mafioso, è un finto pentito

6 Novembre 2022

Vittoria dei giudici aquilani: anche la Cassazione nega il permesso premio all’ergastolano Graviano

L’AQUILA. La Cassazione dà ragione ai giudici aquilani: la buona condotta non è sufficiente per la concessione di un permesso premio a Filippo Graviano, detenuto che sta scontando l’ergastolo nel carcere delle Costarelle, che ebbe un ruolo di rilievo nell’organizzazione degli attentati mafiosi compiuti tra il 1992 e il 1993 tra Firenze, Milano e Roma, e nell’omicidio di don Pino Puglisi. Non bastano «la regolare condotta carceraria e il percorso scolastico» per ottenere il permesso premio, perché secondo i giudici «la sua dissociazione dalla mafia è solo di facciata», e ha mantenuto «rapporti con i familiari», tra i quali alcuni «coinvolti in logiche associative».
La decisione del Tribunale di sorveglianza dell’Aquila è stata confermata dalla Corte di cassazione, con il verdetto della prima sezione penale relativo all’udienza dello scorso 6 luglio. La Suprema corte ha ritenuto corretta l’ordinanza emessa dai giudici aquilani. Il provvedimento rilevava che «il detenuto aveva sottoscritto una dichiarazione di dissociazione, cui non aveva fatto seguito una collaborazione con gli inquirenti». Nel caso di Graviano, «la considerazione dei gravissimi reati commessi è stata unita al rilievo che non ne era seguita una effettiva presa di distanza ed anzi», sottolinea la Cassazione, «erano stati mantenuti i contatti con i familiari pure già coinvolti nel medesimo contesto di criminalità organizzata».
Corretta quindi l'ordinanza dei giudici aquilani che, il 9 febbraio scorso, ha respinto la richiesta di permesso premio avanzata da Graviano, affiliato alla famiglia di Brancaccio insieme al fratello minore Giuseppe, insieme al quale divenne reggente del mandamento di Brancaccio-Ciaculli. I fratelli Graviano vennero arrestati a Milano nel gennaio del ’94.