«Noi patrizi, privilegiati amici del popolo»

9 Luglio 2019

“Ju Bbarò” in un’intervista al Centro: «Libertà e moralità: così abbiamo gestito la cosa pubblica»

L’AQUILA. Uno spaccato della vita dei nobili aquilani, tra studi, storia, letteratura, tradizioni, iniziative solidali, è al centro di un’intervista del 1997 al quotidiano il Centro nella quale il barone Angelo de Nardis, allora 60enne, si raccontava a Fabrizio Caporale. Eccone ampi stralci.
«Il termine “patriziato” è certamente più esatto, in quanto fa emergere una caratteristica che L’Aquila ha sempre avuto: quella cioè di essere città libera, mai infeudata e dunque mai sottoposta al volere di un signore o di una famiglia. I titoli nobiliari che appartengono al mio o ad altri casati indicano le proprietà che abbiamo (o che abbiamo avuto) in altre località». Angelo de Nardis era un estimatore della monarchia borbonica. «Io ho il titolo di barone di Piscignola», affermava, «nel senso che ho ereditato dai miei antenati le proprietà di questo centro (che anni fa ho donato alla comunità locale), nei pressi di Antrodoco. Non posso “spendere”, sotto questo punto di vista, il mio titolo all’Aquila, visto che la mia famiglia non ha mai avuto (ma del resto non li ha mai avuti nessuno) dei feudi nel territorio. Qui siamo “patrizi” nel senso romano del termine: cioè di uomini che appartengono a un ceto sociale, indubbiamente privilegiato, ma che soprattutto ha contribuito alla gestione della cosa pubblica insieme con altri settori della società (il commercio, l’artigianato, il militare, il letterario) all’epoca dell’antica “Camera” aquilana, l’antica amministrazione comunale. I privilegi che abbiamo avuto sono stati dovuti al fatto che abbiamo sempre costituito esempi di moralità, correttezza e libertà: cosa che si verifica ancora oggi. Pertanto, abbiamo un ottimo rapporto con la gente, o almeno con la gran parte dei nostri concittadini. Tra questi valori prendiamo, ad esempio, la libertà. Senza mancare di rispetto a nessuno, non abbiamo alcun timore di prenderci la libertà di maltrattare chiunque, se ne ravvisiamo gli estremi e se ci sono valide ragioni, comprese le più alte cariche dello Stato».
Alcuni nobili della città, barone de Nardis in testa, sono stati anche noti per una serie di scherzi ideati nel passato lontano o recente. «Quando ci fu la visita di re Umberto I», raccontò, «la ben nota poca simpatia nei confronti di casa Savoia da parte di alcuni nostri antenati, li indusse a suggerire agli addetti del palazzo della prefettura, dove il re alloggiava, di inamidare fortemente le lenzuola, per garantirgli un riposo migliore. Lo scherzo, a quanto pare, riuscì in pieno: si raccontò infatti che Umberto I, ogni volta che tentasse di coricarsi, scivolava sulle lenzuola, finendo regolarmente per terra». «Qualche anno fa, invece», disse ancora ju Bbarò, come veniva appellato, «prendemmo di mira una nobildonna, che non riscuoteva il massimo delle simpatie. Venimmo a sapere che nella sua sontuosa abitazione in centro aveva organizzato una grande cena, alla quale aveva invitato perlopiù la nobiltà romana. Di nascosto, sul balcone del terrazzo che sovrasta l’ingresso, posizionammo delle uova che legammo a dei fili: quando i commensali fecero per entrare, tirammo i fili e le uova caddero su di questi, con gli effetti che facilmente si possono immaginare».