Non causò la morte della paziente Infermiera assolta, paga per i furti

17 Febbraio 2022

La 41enne scagionata dall’accusa di aver causato il decesso di una donna in seguito allo choc subìto All’epoca dei fatti era finita ai domiciliari. Il giudice la condanna con il marito per autoriciclaggio

L’AQUILA. Non è stata lei a causare la morte di una donna che, secondo le tesi iniziali dell’accusa, sarebbe deceduta per non aver retto al dispiacere del furto subìto nel corso di un suo ricovero in ospedale. È stato lo stesso pm in aula, Fabio Picuti, a chiedere l’assoluzione di Antonella Plataroti, di 41 anni, che a marzo dell’anno scorso finì agli arresti domiciliari, misura poi revocata. Il caso si è sgonfiato. Nel corso del procedimento con rito abbreviato, celebrato davanti al giudice Guendalina Buccella, l’imputata è stata assolta sia per la sparizione della collana sia per il connesso reato di morte come conseguenza di altro delitto.
Tuttavia, la donna è stata condannata alla pena di due anni di reclusione per il reato di autoriciclaggio (648 ter del codice penale) che punisce chi impiega, sostituisce o trasferisce in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative il denaro, i beni o le altre utilità che provengono dalla commissione (anche in concorso) di un delitto non colposo e, in tal modo, ostacola l’identificazione della loro provenienza delittuosa. Tre anni e quattro mesi sono stati inflitti al marito, Stefano Ranucci. La donna, inoltre, ha patteggiato un anno e sei mesi e 400 euro di multa in relazione ad alcuni furti da lei ammessi già quando fu interrogata dagli investigatori per l’episodio principale, in relazione al quale si era sempre dichiarata estranea ai fatti contestati. La difesa degli imputati, rappresentata dagli avvocati Enrico Marinucci e Francesco Valentini, interporrà appello avverso la sentenza di condanna.
La vicenda ebbe grande clamore e determinò effetti anche dal punto di vista lavorativo in quanto la donna fu prima sospesa dall’Asl e poi si dimise dall’incarico. L’imputata, nell’ammettere di aver compiuto alcune sottrazioni di oggetti, aveva sempre addotto motivi economici alla base della sua condotta: «Ho agito in stato di necessità», disse la donna. Erano stati alcuni familiari delle vittime a presentare alla polizia le prime denunce sulle sottrazioni degli oggetti preziosi ai loro cari. Le prime indagini, effettuate direttamente dai poliziotti che operano all’interno dell’ospedale, avevano portato a circoscrivere i sospetti sull’infermiera.(e.n.)
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