Opera rubata, è al museo di Londra Lo storico: va restituita all’Aquila

Si tratta del trittico dipinto da Niccolò da Foligno: sparì a fine Ottocento dal convento della Beata Antonia Fulvio Giustizia chiede la riconsegna alle suore o alla città. Conservata (non esposta) alla National Gallery
L’AQUILA. Torna di attualità il furto di una preziosa opera d’arte conservata per secoli dalle suore Clarisse (sede attuale a Paganica) e che oggi si trova nella National Gallery di Londra. Lo storico aquilano Fulvio Giustizia segnala la testimonianza di un aquilano illustre, Giuseppe Rivera, che ha raccontato più di un secolo fa una vicenda che a fine Ottocento fece molto scalpore in città.
GIUSEPPE RIVERA
«Il Duca Giuseppe Rivera (1846-1923)» scrive Fulvio Giustizia «di cui quest’anno ricorre il primo centenario della morte è stato un benemerito uomo di cultura per l’intero Abruzzo e non solo. Fu tra i promotori della Deputazione abruzzese di Storia patria nel 1888 e suo presidente dal 1896 al 1923. Rappresentante di rilievo all’Istituto storico italiano, autore di ben ottanta opere di carattere storico e culturale, fu priore della Congregazione dei nobili dell’Aquila, cofondatore dell’Osservatorio geodinamico, presidente per vari anni della Congregazione di Carità e vice presidente della Cassa di risparmio. Fu anche ispettore onorario per la conservazione dei monumenti e scavi d’antichità nel circondario dell’Aquila, promuovendo una campagna di scavi nella città romana di Foruli (Civitatomassa)».
IL RACCONTO
In una delle opere di Rivera “La città dell’Aquila negli ultimi anni della monarchia napoletana” datato 1910 ci si imbatte, sottolinea ancora Fulvio Giustizia «in una poco nota testimonianza, contemporanea ai fatti» relativi al furto della preziosa opera d’arte. «Le monache di Santa Chiara povera» scriveva Rivera «possedevano un pregevolissimo trittico dipinto a tempera, di Niccolò da Foligno, rappresentante Gesù morto in croce con altre pietose scene. Esso si esponeva annualmente in chiesa al passaggio della processione del Corpus Domini. Ma in seguito alla legge sulle Corporazioni religiose promulgata nelle provincie napoletane il 17 febbraio 1861, non solo non più si espose al pubblico ma non se ne ebbe più notizia. E ciò, nonostante le attive e incessanti indagini dell’autorità giudiziaria nei confronti del Demanio a cui doveva essere passata la proprietà».
VENTI ANNI DOPO
«Dopo più di venti anni» continua Rivera «nei quali non si era mai cessato di parlare della misteriosa scomparsa di questo prezioso dipinto, si ebbe notizia che esso si trovava al museo di Londra, senza sapere però come vi fosse arrivato. Nel 1886 per le nuove e più dirette indagini dell’autorità giudiziaria si apprese che il trittico nel 1881, dopo la morte del vescovo monsignor Filippi, era stato venduto a Roma da un personaggio non ben identificato per 6.500 lire all’antiquario Alessandro Castellani il quale l’anno dopo lo aveva ceduto per 30.000 lire (circa 130.000 euro di oggi) a un inglese che lo acquistò per conto del museo di Londra. Il prezzo, se dette un conveniente guadagno all’antiquario, non corrispondeva certo al valore reale del trittico che era assai maggiore».
OGGI
«Andando oggi a controllare notizie del dipinto sul sito del museo londinese», scrive Giustizia «troviamo le seguenti notizie: artista Niccolò di Liberatore da Foligno (1430 circa-1502). Titolo: Cristo sulla croce e altre scene. Datazione 1487, dipinto in tempera e olio, firmato e datato, dimensione 92,1 centimetri di altezza e 57,8 centimetri di larghezza, non in mostra».
LA RICHIESTA
Giustizia conclude con una domanda e una richiesta. La domanda è «come mai un’opera dell’artista di Foligno è arrivata nel convento dell’Aquila? Forse la donazione ebbe luogo in considerazione del legame spirituale esistente tra quella città e la Beata Antonia, che fu badessa del convento delle Terziare a Foligno negli anni 1830-1833». La richiesta: «Il trittico risulta chiaramente rubato dal luogo di culto del Convento aquilano della Beata Antonia e quindi va restituito all’Aquila e alle Clarisse».

