Pardi e quella strana telefonata sul lancio di caramelle al napalm

L’industriale ha già chiarito: «Non è il mio linguaggio, se trafficassi armi non avrei un mutuo» Spuntano altre accuse. Il ruolo dei servizi segreti italiani e i mercenari da addestrare alle Seychelles
SULMONA. «Se fossi un trafficante di armi non dovrei pagare un mutuo». Queste le parole di Andrea Pardi alla trasmissione “Report” di Raitre nel novembre 2015, quando già si indagava sul suo conto. Dichiarazioni che stridono con le accuse della Procura di Napoli che hanno portato al fermo dell’industriale di Sulmona.
«CARAMELLE AL NAPALM». E dalle carte dell’inchiesta emergono altri particolari. Per esempio una telefonata dell’aprile 2015. Pardi parla con una donna di «ex aerei militari da trasporto che vengono usati per scopi umanitari dall’Onu». Ma aggiunge che loro «aprirebbero i portelloni e lancerebbero caramelle al napalm». Ridono entrambi, appuntano gli inquirenti. E Pardi aggiunge che «con lui non si scherza». L’imprenditore 51enne ha già chiarito che questo linguaggio non gli appartiene e s’è detto pronto a far luce su una vicenda «assurda e grottesca».
ARMI ED ELICOTTERI. Pardi, Ceo della Società italiana elicotteri con sede all’aeroporto dell’Urbe a Roma, è stato fermato insieme ai coniugi Mario Di Leva, 69 anni, convertito all’Islam col nome di Jaaffar, e Annamaria Fontana, 63, con residenza a Pescasseroli da una decina di anni. I provvedimenti sono stati eseguiti dal Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Venezia. Hanno collaborato anche gli 007 italiani. Tra il 2011 e il 2015, sono emerse forniture di eliambulanze trasformate in elicotteri da guerra missili terra-aria, missili anticarro di fabbricazione di stati dell’ex Unione Sovietica. Nelle carte dell’inchiesta si fa riferimento anche a macchinari destinati all’Iran per la produzione di munizioni. Sono «affari a tanti zero» sia quelli realizzati sia quelli non andati in porto «per cause indipendenti della volontà degli indagati», scrivono i pm. Si parla di accordi per le forniture in Libia o Iran.
CONTRATTI MILIONARI. I finanzieri hanno sequestrato materiale di vario tipo, tra cui manoscritti con numeri ed elenchi di armi e munizioni, con relativi prezzi. Nella casella mail della società di Pardi è allegato, nel gennaio 2015, un contratto sulla «fornitura di 13.950 fucili da guerra, M14 rifle, di fabbricazione Usa. Prezzo singolo: 3mila dollari, totale 41 milioni 850mila». Nella disponibilità dei Di Leva sono stati trovati anche pizzini in cui si parla di «armamenti».
007 E MERCENARI. La prima fase dell’operazione ha avuto avvio nel giugno 2011, su input del Servizio centrale investigazione criminalità organizzata, in relazione ad un precedente procedimento penale instaurato presso la Procura di Napoli dalla quale è emerso che una persona organica ad un clan camorristico dell’area casalese era stato contattato da un appartenente alla cosiddetta “mala del Brenta” con precedenti specifici per traffico di armi. Quest’ultimo ricercava, infatti, persone esperte di armi ed armamenti da inviare alle Seychelles per l’addestramento di un battaglione di somali, che avrebbero dovuto svolgere attività espressamente qualificate come «mercenariato». Le attività di indagine al tempo svolte, sfociate in diversi procedimenti penali, consentirono di evidenziare come la richiesta di addestramento fosse stata originata da una persona di nazionalità somala, con cittadinanza italiana, parente del deposto dittatore del Puntland (Somalia).
CONIUGI IN CARCERE. Ieri mattina Mario Di Leva e Annamaria Fontana sono comparsi davanti al gip Luisa Toscano per la convalida del fermo. I due, assistiti dall’avvocato Giuseppe De Angelis, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. L’udienzasi è tenuta nel carcere di Poggioreale. Accogliendo le richieste dei pm della Distrettuale antimafia di Napoli, Catello Maresca e Maurizio Giordano, il gip Toscano ha disposto per entrambi i coniugi la custodia cautelare in carcere.
OSTAGGI E CONTATTI. Nei prossimi giorni, davanti ai pm di Roma, la coppia dovrà chiarire anche alcuni messaggi whatsapp del 22 luglio 2015, il giorno del sequestro in Libia di quattro lavoratori italiani. I due si messaggiano in voce. Mario: «Hey hanno rapito quattro italiani in Libia». Annamaria: «Già fatto, notizia vecchia, già sto in contatto. Ce li hanno proprio quelli dove noi siamo andati, già sto facendo, già sto operando con molta tranquillità e molta cautela». Secondo gli inquirenti i coniugi potrebbero avere avuto un ruolo nella trattativa dopo il rapimento conclusosi tragicamente con la morte di due ostaggi, Fausto Piano e Salvatore Failla.
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