Parete di arrampicata, firme per la sicurezza
Iniziativa dei cittadini di Camarda e dei paesi limitrofi per l’area di Madonna d’Appari dopo la chiusura
L’AQUILA. Una raccolta di firme per sollecitare la messa in sicurezza in tempi rapidi del costone roccioso (utilizzato anche per arrampicate) che si trova tra Paganica e Camarda all’altezza del santuario della Madonna d’Appari. L’iniziativa è dei cittadini di Camarda e dei paesi limitrofi che invieranno un documento, con le sottoscrizioni, al Comune. In particolare i promotori sono Lino Carrozzi, Olindo Onofri e Carmelo Marotta. La questione della messa in sicurezza della “falesia” è complessa perché da quello che è noto c’è stato già un rimpallo di responsabilità soprattutto tra Comune e Anas (che gestisce la strada sottostante). Il Comune tra l’altro in base a una verifica catastale ha tirato in ballo gli Usi Civici di Paganica e San Gregorio. Insomma un ginepraio da cui sembra complicato uscire. Da Camarda ora chiedono che ci sia un minimo di buonsenso e che gli “attori” in campo si confrontino per trovare una intesa che possa portare a fare i lavori di messa in sicurezza in tempi rapidi.
LA STORIA. Il 4 giugno scorso il sindaco Pierluigi Biondi, con ordinanza, ha “disposto l’interdizione all’uso della falesia e delle attrezzature di arrampicata sportiva a Madonna d’Appari”. Dagli atti risulta che il pericolo “caduta massi” in quell’area era stato “certificato” sin dal 25 ottobre 2020 dopo un sopralluogo dell’Anas (che gestisce la 17 bis) che aveva inviato, il 2 novembre 2020, una lettera all’Ufficio Protezione civile della Regione.
L’INTERVENTO. Perché ci sono voluti 7 mesi per intervenire? Sempre dai documenti comunali si evince che prima di fare qualcosa a tutela “della incolumità delle persone” c’è stato un rimpallo di competenze. In sostanza è nata l’esigenza di stabilire chi sia “il proprietario” di quella parete rocciosa: se l’Anas, il Comune o l’Asbuc (amministrazione separata per l’uso civico) di Paganica e San Gregorio. Ha cominciato il batti e ribatti l’Anas “specificando”, in una nota, “che le aree da cui si è generato il distacco non risultano essere di nostra competenza” e invitando “Comune, servizio Genio Civile e Protezione Civile regionale a effettuare le necessarie verifiche al fine di avviare le azioni conseguenti agli accadimenti descritti”, cioè la messa in sicurezza. A un certo punto viene fuori che “dalla consultazione delle verificazioni demaniali Lorito e Accili la stessa risulta di natura demaniale civica. Di conseguenza, la cura e gestione di detto fondo è da imputare in capo alla Asbuc Paganica-San Gregorio”. La replica dell’Asbuc di Paganica e San Gregorio a Comune e Anas è stata immediata.
USO CIVICO. «Ribadiamo con forza», ha scritto in una nota di qualche settimana fa il presidente dell’Asbuc Fernando Galletti, «quanto già evidenziato nella risposta al Comune, ovvero la non competenza da parte dell’Asbuc per un intervento di tale natura, quantificabile in circa 70mila euro e non alla portata della nostra disponibilità economica. E soprattutto esprimiamo sconcerto davanti all’atteggiamento di Anas. La legge, del resto, parla chiaro, visto che all’articolo 19 della legge regionale 81 del 1998, è scritto che i lavori o le attività su fiumi, su torrenti, su versanti instabili o in erosione, inerenti la conservazione e la messa in sicurezza di un ponte o di una strada pubblica o di un qualsiasi altro pubblico servizio, anche se da realizzarsi al di fuori dell’area di proprietà del soggetto titolare del bene, si eseguono e si mantengono a spese esclusive di quell’amministrazione a cui spetta la conservazione del ponte della strada del pubblico servizio. È evidente, quindi, che l’intervento è a carico, in questo caso, dell’Anas, e non certo dell’Asbuc, che è meramente titolare della particella catastale di uso civico». L’Asbuc ricorda poi che l’Anas «sullo stesso tratto di strada e a pochi metri di distanza, dovrebbe farsi carico anche di risolvere l’ulteriore rischio rappresentato dai distaccamenti di materiale e dall'instabilità che interessano le pareti rocciose tra la falesia e il santuario della Madonna d’Appari, e in particolare quelle che sovrastano il tunnel, oggetto di un contestato allargamento da parte della Provincia dell’Aquila».(g.p.)
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