Parla il carabiniere eroe accoltellato in Sicilia: «Sono salvo grazie al mio fianco “aquilano”»

27 Luglio 2026

Andrea Risdonna è originario di Tempera: «La lama ha sfiorato l’aorta, ma si sa che gli abruzzesi sono duri»

L’AQUILA. Lo hanno già ribattezzato il carabiniere-eroe. E non solo perché sia rimasto in piedi dopo una coltellata a un fianco. Andrea Pio Risdonna, il militare 30enne originario di Tempera intervenuto praticamente alla cieca pur di sventare un tentativo di suicidio da parte di un 28enne con problemi psichiatrici, parla dal suo letto d’ospedale. E al Centro racconta quello che gli è capitato alcune sere fa in mezzo alle campagne di Scordia (Catania), dove un padre era stato costretto a richiedere l’aiuto delle forze dell’ordine dopo aver sventato per tre volte il tentativo del figlio di impiccarsi.

Risdonna, innanzitutto come sta?

«Bene, devo essere sincero. Già il solo fatto di poterlo raccontare dalla mia viva voce invece che per interposta persona è una fortuna per nulla scontata per come si sono svolti i fatti. Domani (oggi per chi legge, ndr) sarò dimesso dall’ospedale e poi dovrò certamente osservare un periodo di convalescenza prima di poter rientrare in servizio, cosa che non vedo l’ora di fare in nome del giuramento prestato alla divisa che indosso, e che ho l’onore di poter rappresentare».

È stata davvero solo questione di fortuna?

«Beh, quella ci vuole sempre nella vita. Diciamo che però ho avuto anche la prontezza di riflessi di fare un passo indietro nel momento in cui il soggetto ha deciso di sferrare il fendente. È stata una questione di attimi, ma che il mio sesto senso ha evidentemente percepito inducendomi a fare quel mezzo passo indietro che a detta degli stessi medici mi ha letteralmente salvato la vita».

Dove è stato colpito?

«Precisamente a un fianco. Il colpo è arrivato lateralmente causandomi uno squarcio di tre centimetri di diametro, anche se poi la lama è affondata per cinque. Stiamo parlando di un coltello con una lama di venti centimetri che mi ha sfiorato l’aorta, lambendo al tempo stesso gli organi vitali. Pochi millimetri più a fondo e non sarei qui a parlare con voi, anzi con nessuno».

Ci racconta come è andata dall’inizio?

«Tutto è partito da una richiesta d’intervento da parte di un padre che non sapeva più come contenere il figlio, che minacciava di volersi togliere la vita. Sapevamo che il soggetto avesse problemi psichiatrici quindi ci siamo portati sul posto con l’intento di metterlo in sicurezza, niente di più. Solo che quando siamo arrivati all’indirizzo indicato ci siamo ritrovati, io e il mio collega, in una stradina sterrata in mezzo alle campagne: la visibilità era praticamente pari allo zero, fatta eccezione per il chiarore della luna. E anche il terreno sotto i nostri piedi era sconnesso, quindi i rischi operativi c’erano tutti. Lui, appena ci ha visto, si è scagliato subito contro di noi. Solo dopo abbiamo scoperto che ci ha aggrediti così da indurci a usare la pistola contro di lui e fare ciò che suo padre aveva tentato di evitare con tutte le sue forze, al punto da richiedere il nostro aiuto. Così ci siamo avvicinati senza sapere che avesse un coltello, e all’improvviso mi sono visto attingere da un gesto repentino che lì per lì ho cercato solo di evitare, salvo poi scoprire di essere rimasto ferito. Ho sentito un gran calore nella zona colpita. Poi, utilizzando la torcia del telefono, mi sono accorto che perdevo sangue. Dopodiché ho chiamato io stesso i soccorsi ed è intervenuta una seconda pattuglia che ha immobilizzato e disarmato l’aggressore».

Perché non ha sparato?

«C’è stato un attimo in cui ho pensato di scarrellare e svuotare il caricatore nella sua direzione. Dopotutto aveva appena provato a uccidermi e in quel momento non potevo neanche sapere che in realtà me la sarei cavata. Ma non era quella la finalità del nostro intervento. Dovevamo mettere in sicurezza una persona e anche i suoi cari, non abbatterla sotto i loro occhi. E a conti fatti è stata la decisione migliore».

Va bene l’attaccamento alla divisa, ma dopo un episodio del genere non viene da pensare che forse era meglio scegliere un lavoro meno rischioso?

«Tutt’altro. È proprio dopo un episodio come questo che capisci quanto il nostro lavoro sia prezioso per i cittadini qualora si trovino in difficoltà, proprio come un padre che vive il dramma della malattia mentale di un figlio giunto a volersi togliere la vita. Purtroppo il rischio fa parte del percorso di ogni carabiniere. Tra l’altro oggi (ieri per chi legge, ndr) ricorre l'anniversario della morte di Mario Cerciello Rega, che sette anni fa rimase vittima di un intervento simile, a Roma, ma finito in tragedia. Sono perfettamente consapevole di essere stato solo più fortunato, ma ciò non mi distoglie da una scelta fatta anni fa che intendo onorare fino in fondo».

Ma non era meglio allora restarsene a fare il carabiniere in Abruzzo?

(Ride, ndr). «L’Abruzzo ce l’ho nel cuore e ci torno spesso. Solo due settimane fa ero a Tempera, dove c’è metà della mia famiglia, oltre a tanti amici. E a novembre dovrei tornarci. Mio padre (Massimiliano Risdonna, ndr) è un aquilano trasferitosi in Sicilia dopo aver conosciuto mia madre. Per cui sono per metà siciliano e per metà abruzzese. E si sa che gli abruzzesi hanno la scorza dura. Perciò consentitemi una battuta per sdrammatizzare: se me la sono cavata è solo perché l’aggressore, evidentemente, mi ha colpito sul fianco aquilano».

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