Paziente morto per sangue infetto: ministero paga un milione e mezzo

17 Luglio 2022

Il 74enne di Avezzano aveva contratto l’epatite dopo un intervento all’anca in un ospedale del Lazio Il giudice ha riconosciuto anche danni morali. Riconosciuta la mancanza di vigilanza sulle trasfusioni

AVEZZANO. Muore per una patologia causata da una trasfusione di sangue infetto: risarcimento da oltre un milione e mezzo di euro per la moglie, il figlio e i nipoti dell’uomo, un avezzanese di 74 anni, assistiti dall’avvocato Berardino Terra.
IL RISARCIMENTO
I giudici «accertata e dichiarata la responsabilità del ministero della Salute per il decesso dell’uomo» hanno accolto la domanda risarcitoria proposta dai familiari condannando il ministero al risarcimento del danno da morte per 457.594,27 euro e al risarcimento del danno non patrimoniale da perdita parentale per 863.881,49 euro.
I FATTI
Nella loro richiesta di risarcimento danno, i familiari hanno sostenuto che il decesso del loro congiunto fosse stato causato «da una epatopatia cronica correlata all’infezione Hcv (epatite C) originata dalle trasfusioni di sangue ed emoderivati eseguite in occasione di due interventi chirurgici cui l’anziano si era sottoposto negli anni Ottanta per l’impianto di una protesi all’anca in un ospedale del Lazio. Solo qualche anno dopo però il pensionato scopre dell’infezione contratta. Dalla diagnosi di dimissione relativa a un successivo ricovero nella cartella clinica risultava che il 74enne fosse affetto da «epatopatia cronica attiva Hcv positiva». Un aspetto per il quale lo stesso pensionato aveva avanzato una richiesta di indennizzo al ministero della Salute ottenendo il riconoscimento dell’infermità. In seguito alla morte dell’anziano, avvenuta per cirrosi epatica, i familiari dell’uomo hanno intentato una causa contro il ministero della Salute affinché venisse loro riconosciuto il risarcimento del danno biologico, morale ed esistenziale.
LA CONSULENZA TECNICA
Nel corso del processo il giudice ha nominato un perito al quale ha chiesto «di accertare, esaminata la documentazione in atti, se e quando fosse stata contratta l’epatite C e se questa, degenerata in epatopatia cronica da Hcv, fosse riconducibile alle emotrasfusioni avvenute nel corso degli interventi chirurgici» nell’ospedale laziale, «nonché se il decesso fosse causato dalla malattia contratta a causa del contagio dovuto alle emotrasfusioni o da altri precedenti o sopravvenuti stati morbosi». La relazione di consulenza tecnica ha confermato che «il decesso era direttamente correlato all’infezione da Hcv contratta a seguito delle emotrasfusioni subite che rappresentano la causa maggiormente probabile della cirrosi che ha causato il decesso».
LE MOTIVAZIONI
«Nella fattispecie», scrivono i giudici, «emergono quindi gli elementi indicati dalla Suprema Corte di Cassazione per addivenire a un giudizio di responsabilità extracontrattuale in capo al ministero della Salute per colpa specifica e, quantomeno generica, facendosi richiamo agli obblighi di controllo della circolazione del sangue lui spettanti a procedere dalla legge istitutiva del ministero della Sanità che attribuiva al dicastero compiti amministrativi di tutela della salute pubblica, con il potere di emanare istruzioni obbligatorie alle amministrazioni pubbliche erogatrici del servizio sanitario che assegnava espressamente al ministero della Sanità compiti di vigilanza e controllo in materia di raccolta, preparazione conservazione del sangue umano destinato alle trasfusioni, nonché alla preparazione dei suoi derivati esercitati anche tramite l’Istituto superiore della sanità e mantenuti in capo all’amministrazione statale anche dopo l’attuazione della riforma sanitaria approvata nel 1978 e l’istituzione del Servizio sanitario nazionale».
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