Pecorelli: «Ad Avezzano con la fama del bandito, ma si parla senza sapere»

18 Gennaio 2024

Lo sfogo: «Poco pubblico? Non è colpa mia. Qui girano troppe voci» Le ambizioni: «Avanti con le mie tasche per traguardi importanti»

AVEZZANO. Andrea Pecorelli fa della sincerità una delle sue doti migliori: «Sono arrivato ad Avezzano con la fama di un bandito perché alle persone piace chiacchierare. Parlano senza conoscere i fatti». Un’etichetta scomoda che al patron sembra tuttavia scivolare addosso: «Questa è una società sana, abbiamo appena pagato il sesto stipendio, unici a farlo in Italia. Faccio impresa da tanti anni, ho molti dipendenti e a nessuno devo un centesimo». Pecorelli, 59enne figlio del giornalista Mino, fondatore dell’agenzia di stampa Op e ucciso in un agguato a Roma il 20 marzo 1979, specifica che quello di domenica scorsa «non è stato uno sfogo» ma soltanto «una sottolineatura di oggettività»: nel mirino del numero uno del club è finita la scarsa affluenza di pubblico allo stadio dei Marsi. Contro il Monterotondo il botteghino ha registrato appena 450 spettatori. Pochi per una squadra al secondo posto in classifica e che sogna di volare in serie C.
Le voci che hanno accompagnato il suo arrivo ad Avezzano possono aver influito sull’allontanamento del pubblico dalla squadra?
«Non penso. Questa è una problematica che riscontro anche in altre piazze, soprattutto quando parliamo delle cosiddette “nobili decadute”. Il tessuto economico e sociale non supporta la squadra anche per un sentimento di invidia nei confronti degli imprenditori che investono nel calcio. E in molti tendono a parlare fuori luogo».
Anche ad Avezzano è così?
«Certo e l’ho detto. Qui tutti parlano troppo. Si dà al nostro allenatore del pluriretrocesso senza mai parlare di quello che ha vinto. Lo stesso presidente viene visto come un bandito perché purtroppo, tra internet e i social, le persone parlano a sproposito senza conoscere i fatti».
Un’etichetta scomoda la sua, sente ancora il giudizio di una parte della tifoseria?
«La madre degli imbecilli è sempre incinta. Ma i giocatori e tutti quelli che hanno lavorato con me sanno chi sono: non devo nulla a nessuno e la nostra è una società sana. Parlano di me per sentito dire e soltanto in funzione di ciò che torna utile. Una sorte che riguarda molti altri presidenti in Italia».
Qualche imprenditore locale si è fatto avanti in questi mesi?
«Assolutamente no. Ma c’è poca collaborazione in generale: anche per quanto riguarda gli sponsor siamo riusciti a raccogliere poco o nulla».
È destinato, dunque, ad andare avanti da solo?
«Vado avanti con le mie risorse e le mie tasche».
Un impegno economico importante.
«Sicuramente, non ci stiamo facendo parlare dietro. Abbiamo preso giocatori di categorie superiori, compresi tre da serie A (Onazi, Tounkara e Damcevski, ndr) con ingaggi importanti. Spendiamo le cifre che altri club sbandierano, il fatto è che noi le spendiamo veramente».
Perché non ci sono avezzanesi nella dirigenza?
«Credo che soprattutto in un mondo complesso come quello del calcio, bisogna dare una propria impronta e noi abbiamo dato la nostra».
Ma la città sembra seguire poco la squadra...
«Ad Avezzano si pensa all’Avezzano il giusto, tranne che per i ragazzi della curva nord, che ci seguono in ogni trasferta e prendono acqua, vento e pioggia per questi colori. Sono molto in sintonia con loro e dico sempre che io sono soltanto il gestore di un patrimonio cittadino: l’Avezzano appartiene a loro. Comunque, rispetto agli anni scorsi abbiamo registrato dati positivi al botteghino, tranne che per la giornata di domenica scorsa».
Cosa vorrebbe dire ai tifosi?
«Di non parlare più e di venire allo stadio. È l’unico modo per sostenere una squadra che sta lottando per un traguardo importante».
Domenica c’è la Sambenedettese.
«E io sarò in curva insieme con i tifosi».
Sembra trovarsi meglio con gli ultras che in tribuna...
«Diciamo che mi sento più a mio agio in curva, essendo nato e cresciuto in quella laziale. La mia presenza, come in occasione del derby contro L’Aquila, servirà anche per garantire una forma di tutela ai nostri tifosi e mandare un messaggio distensivo dal punto di vista dell’ordine pubblico».
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