Per i cittadini è un modo per riconquistare la città

30 Settembre 2016

L’analisi della psicologa Ilaria Carosi: la parola d’ordine è “facciamolo” e anche la festa diventa occasione per rifondare L’Aquila giorno per giorno

Dovessimo raccontare in poche righe gli eventi che si sono alternati, negli ultimi sette anni, sul palcoscenico cittadino di mura, sampietrini, polvere e ciuffi d’erba nati spontaneamente anche laddove non c’erano, faticheremmo davvero. Intanto, per ricchezza e tipologia: si va dal sacro della Perdonanza al profano dell’adunata degli Alpini, dal solleticare il palato con cibi di strada, al nutrire corpo e spirito con la nostra natura e le nostre montagne, da eventi sportivi a maratone di giochi e risate per bambini. Il tutto, passando attraverso politica, letteratura, musica, arti visive e grafiche, di produzione locale o variamente straniera, senza dimenticare proprio la Scienza che, negli ultimi anni, ha tenuto compagnia alle nostre giornate e al nostro vario itinerare di cittadini che, in un continuo richiamo tra presente e passato, hanno consumato suole di scarpe e ruote di mezzi di locomozione su un terreno progressivamente sempre meno scontato e sempre più riguadagnato, non senza qualche polemica relativa a sicurezza ed accessibilità. E se l’intento è stato spesso esplicitato in premesse, slogan o incitazioni: "riprendiamoci il centro storico!", "dov’era e com’era!", "non dimentichiamola!", "viviamola!", "Jazz for L’Aquila", "tutti allo stadio!" oppure "tutti a Ju Boss", nessuno ha mai trascurato di leggere in esse anche e soprattutto il valore terapeutico che ogni singolo evento o location ha rivestito, negli intenti oppure nei fatti, per gli aquilani: cittadini "forti e gentili", "resilienti", da non dimenticare, da "nutrire", da tenere "in vita" e…

Malgrado loro? No. Non direi. I grandi traumi - e, sia chiaro, di questo parliamo quando si vive un terremoto, un evento che in gergo noi psicoterapeuti siamo soliti definire paranormativo e che molto più semplicemente diremo al di fuori della sfera del controllo personale, un evento che minaccia l’incolumità e la vita e che, quando non uccide, altera l’integrità del proprio vissuto e la continuità esperienziale del senso di Sé- hanno conseguenze psico-emotive e tempi di elaborazione e "di ritorno" lunghi e non si giovano mai di soluzioni calate dall’alto, fosse pure ad esclusivo intento ludico/ricreativo. Il cittadino resta soggetto attivo. È importante dirlo e ricordarlo. Soprattutto perché L’Aquila è sempre stata una città ricca di eventi e di cultura, anche prima del sisma e questo non lo possiamo dimenticare. E, forse, il gran fermento che da anni si respira su questo territorio sarà bene rileggerlo anche come parte integrante della nostra storia e della nostra identità.

Me lo sono immaginato, Buccio di Ranallo, aprire l’uscio di casa sua e percorrere via Accursio in discesa, verso Piazza Palazzo. Sette anni fa avrebbe trovato solo un cumulo di macerie, sampietrini, polvere ed immondizia.

Invece. Invece, ieri pomeriggio, presso il Dipartimento di Scienze Umane (Dsu), in Viale Nizza, si respirava forte l’entusiasmo del grande e variegato gruppo Univaq: professori, ricercatori, studenti ed "Erasmus", tecnici e volontari che si riconoscevano, semplicemente infilandosi dentro una t-shirt gialla, una comune identità. Dovessi dirlo in una parola sola sarebbe l’identità del "fare" oppure del "facciamolo!". E faranno. Il programma, lo avrete letto, è ricchissimo di eventi per ogni fascia di età, gusto ed interesse, in un percorso che, di consueto, si snoderà per strada, avendo come fulcro proprio il Dsu, per l’occasione trasformato in una Casa della Scienza. Si potrà fare in prima persona, restare a guardare o anche solo ascoltare, in modo simile a quanto accade in momenti diversi della vita, al di là dei traumi. Chissà cosa racconterebbe oggi Buccio di Ranallo di questa "magnifica citade" e di noi cittadini che, un po’ facendo e un po’ guardando, contribuiamo a ri-fondarla, giorno per giorno.

*(psicologa e psicoterapeuta)

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