Petrocchi: la vita va difesa dal concepimento alla fine

14 Luglio 2021

Il cardinale: «L’uomo custode e non padrone, il suicidio assistito mai legittimo Si può dire che l’imperativo categorico è quello di non abbandonare mai il malato»

Con la pubblicazione dell’intervento del cardinale arcivescovo Giuseppe Petrocchi, il Centro apre un dibattito a seguito della presentazione del volume del giudice Marco Billi dedicato al “fine vita”.

Il dottor Marco Billi, per la presentazione del suo libro “Soli nel fine-vita”, mi ha invitato a tratteggiare alcune linee essenziali del pensiero della Chiesa su questo tema. Si tratta di considerazioni che, ovviamente, non pretendono completezza espositiva, ma intendono aprire percorsi per una riflessione comune.

COSA DICE LA CHIESA
Va sottolineato che l’insegnamento della Chiesa su questo argomento è saldo, costante e convergente. Anche Papa Francesco ne ha ribadito i contenuti etici basilari: la vita viene da Dio; l’uomo, avendola ricevuta, è chiamato ad accoglierla e portarla a compimento con l’aiuto della grazia. Pertanto la vita – dal concepimento fino alla sua conclusione naturale, – costituisce un dono prezioso di cui l’uomo è custode, ma non padrone. In questa visione l’eutanasia (come suicidio assistito) non può trovare mai una sua legittimazione. Così facendo si “decide al posto di Dio il momento della morte”. Si tratta di una prospettiva morale che scaturisce dalla fede, ma poggia anche su solide ragioni antropologiche. Infatti, “il valore inviolabile della vita è una verità basilare della legge morale naturale ed un fondamento essenziale dell’ordine giuridico” .

LA SOFFERENZA
È nota la condizione drammatica in cui può trovarsi un paziente a causa di malattie prolungate, dolorose e gravemente disabilitanti. La situazione diventa ancora più sofferta nella fase terminale e dove venga emessa una diagnosi di “inguaribilità”. Ma una patologia “inguaribile” non è, per questo, anche “incurabile”: infatti va assicurata al malato una efficace e integrata “alleanza terapeutica”, insieme a un generoso e perseverante accompagnamento spirituale, psicologico e relazionale. Anche l’aspetto sociale ed economico va preso nella dovuta e fattiva considerazione. Secondo la dimensione evangelica, occorre mobilitare una condivisa “carità samaritana”, capace di “prossimità” concreta e a tutto campo! Nella cura è “essenziale che il malato non si senta un peso, ma che abbia la vicinanza e l’apprezzamento dei suoi cari. In questa missione, la famiglia ha bisogno di aiuto e di mezzi adeguati”.LA PAROLA DEL PAPA
In tale contesto, mi sembra illuminante e chiaro il Messaggio che Papa Francesco ha recentemente espresso in un Convegno sul “fine-vita”. Per questo ritengo che la scelta migliore sia quello di citarlo in alcuni passaggi centrali. Le domande che riguardano la conclusione della vita terrena «hanno sempre interpellato l’umanità, ma oggi assumono forme nuove per l’evoluzione delle conoscenze e degli strumenti tecnici resi disponibili dall’ingegno umano. La medicina ha infatti sviluppato una sempre maggiore capacità terapeutica, che ha permesso di sconfiggere molte malattie, di migliorare la salute e prolungare il tempo della vita. Essa ha dunque svolto un ruolo molto positivo. Occorre quindi un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona. Il Papa Pio XII, in un memorabile discorso rivolto 60 anni fa ad anestesisti e rianimatori, affermò che non c’è obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene. È dunque moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito “proporzionalità delle cure. L’aspetto peculiare di tale criterio è che prende in considerazione “il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali”. Consente quindi di giungere a una decisione che si qualifica moralmente come rinuncia all’“accanimento terapeutico”. È una scelta che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo più contrastare. “Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire”, come specifica il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2278). Questa differenza di prospettiva restituisce umanità all’accompagnamento del morire, senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere. Vediamo bene, infatti, che non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso, equivale a evitare l’accanimento terapeutico, cioè compiere un’azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte. In questo percorso la persona malata riveste il ruolo principale. Lo dice con chiarezza il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità» (ibid.). È anzitutto lui che ha titolo, ovviamente in dialogo con i medici, di valutare i trattamenti che gli vengono proposti e giudicare sulla loro effettiva proporzionalità nella situazione concreta, rendendone doverosa la rinuncia qualora tale proporzionalità fosse riconosciuta mancante.

PROSSIMITÀ RESPONSABILE
Nella complessità determinata dall’incidenza di questi diversi fattori sulla pratica clinica, ma anche sulla cultura della medicina in generale, occorre dunque tenere in assoluta evidenza il comandamento supremo della prossimità responsabile, come chiaramente appare nella pagina evangelica del Samaritano (cfr. Lc 10, 25-37). Si potrebbe dire che l’imperativo categorico è quello di non abbandonare mai il malato. L’angoscia della condizione che ci porta sulla soglia del limite umano supremo, e le scelte difficili che occorre assumere, ci espongono alla tentazione di sottrarci alla relazione. Ma questo è il luogo in cui ci vengono chiesti amore e vicinanza, più di ogni altra cosa, riconoscendo il limite che tutti ci accomuna e proprio lì rendendoci solidali. In questa linea si muove la medicina palliativa. Essa riveste una grande importanza anche sul piano culturale, impegnandosi a combattere tutto ciò che rende il morire più angoscioso e sofferto, ossia il dolore e la solitudine.

SOLUZIONI NORMATIVE
In seno alle società democratiche, argomenti delicati come questi vanno affrontati con pacatezza: in modo serio e riflessivo, e ben disposti a trovare soluzioni – anche normative – il più possibile condivise. Da una parte, infatti, occorre tenere conto della diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza. Anche la legislazione in campo medico e sanitario richiede questa ampia visione e uno sguardo complessivo su cosa maggiormente promuova il bene comune nelle situazioni concrete» .
*arcivescovo metropolita dell’Aquila
e presidente della Ceam
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