Pomeriggio in centro fra quella gente che fa bella la città

Resta sempre forte il contrasto con i segni della tragedia ma L’Aquila fra qualche anno sarà bellissima
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Salgo e sui banchi, raccolti in preghiera, ci sono alcuni ragazzi che magari non sanno nulla di quel Santo Papa vanto religioso e civile dell’Aquila. Ma sono lì. Il jazz forse ha fatto scoprire loro un luogo inaspettato dove la storia incrocia la modernità, la nutre e l’aggiorna in continuazione. Risalgo e a fatica entro lungo il Corso. Sì, a fatica, perché c’è una folla che sembra voglia stritolarti. Eppure pian piano si passa. Nessuno sgomita, se qualcuno deve fermarsi e aprire un piccolo corridoio per fare spazio a un anziano o a una carrozzina lo fa con calma, quasi gustando l’attimo. Non c’è fretta, la musica è ovunque, basta girare un angolo o infilarsi in una piazzetta. Il colpo d’occhio è da brividi, lo sguardo si allunga verso i Quattro Cantoni e poi più in là fino alla Fontana luminosa. Quello che si vede è un fiume in piena, una valanga umana che viene giù lenta, implacabile ma non mette timore, anzi, ti dà la sensazione di essere parte di un giorno speciale. Persino i politici che sono presi di mira anche quando escono la mattina a passeggiare con il cane possono infilarsi nella calca, salutare, stringere mani, rivendicare meriti. Il ministro Franceschini, che ha messo l’idea e i soldi per la maratona jazz, riscuote la sua dose di applausi e fra una intervista e l’altra annuncia che quella del 2015 è solo la prima edizione. Nel 2016 e negli anni successivi l’evento sarà ripetuto ogni prima domenica di settembre. I portici di San Bernardino teatro appena due settimane fa di scontri e proteste in occasione della visita fantasma del premier Matteo Renzi, sono l'oasi della chiacchiera libera: saluti, baci, abbracci, frasi del tipo «ma da quanto tempo non ci vediamo», «teniamoci in contatto», «fatti sentire più spesso». Dal sagrato della basilica la splendida scalinata sembra sparita. Al suo posto un mosaico – che declina dall’alto verso il basso – composto da migliaia di pezzi colorati: è il pubblico che assiste a un concerto. Entro nella chiesa e sento battere sulla spalla: sono marito e moglie, entrambi miei ex compagni di scuola. Non li vedevo da anni. È come un tuffo nel passato quando per incontrare amici e conoscenti dovevi andare sotto i Portici, tanto prima o poi tutti lì dovevano passare. Lascio la basilica piena di gente, esco dal lato di piazza del teatro e riesplode forte il contrasto: la vecchia scuola De Amicis dall'aria decadente, il teatro comunale in attesa di rinascere e poi su via Verdi edifici abbattuti e rifatti e altri dimenticati. Ma dura un attimo: un centinaio di metri e si torna sul Corso e mi ritrovo spinto dalla corrente umana che precede e segue un’orchestrina jazz che suona una musica che ti prende alle gambe e anche il più riottoso è costretto ad accennare un passo di danza. Per andare in piazza Duomo impiego quasi dieci minuti. Man mano che le ombre della sera si allungano la folla cresce. Se guardi solo davanti a te la memoria ti avvinghia nei ricordi di altri giorni e altre storie. Alzi gli occhi e ci sono palazzi già restaurati e altri ancora ingabbiati. È il volto doppio della città nell’anno sesto del terremoto. Alcuni turisti spiano, dal foro di un tavolato che chiude la parte alta di via Sallustio, il volto dell’Aquila ancora sfregiato. Per prendere un gelato al centro della grande piazza bisogna fare la fila. Ma è una sera troppo bella per non dare un calcio alla dieta e godersi lo spettacolo fantastico del sole al tramonto. Quando riscendo lungo Costa Masciarelli è quasi buio. Immagino la città fra qualche anno. Sarà bellissima. Come la gente di ieri.
Giustino Parisse
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