Prete strangolato: don Paolo colpevole

27 Marzo 2024

Anche la Corte d’Assise d’Appello di Venezia ritiene Piccoli responsabile della morte di monsignor Rocco: 21 anni e 6 mesi

VENEZIA. Anche la Corte d’Assise d’Appello di Venezia ritiene che sia stato il sacerdote veronese don Paolo Piccoli (ex parroco di Rocca di Cambio e Pizzoli e canonico onorario del capitolo metropolitano dell’arcidiocesi dell’Aquila) a uccidere monsignor Giuseppe Rocco, il 92enne prelato trovato senza vita il 25 aprile 2014 nella sua stanza alla Casa del Clero di via Besenghi, a Trieste. Il tristemente celebre giallo del Seminario. Dopo tre ore di camera di consiglio, la giudice Elisa Marian ha infatti letto il dispositivo della sentenza. Condanna confermata: 21 anni e sei mesi di reclusione per omicidio volontario, aggravato dall’età avanzata della vittima.
le reazioni
Una sentenza che, «con molta sincerità, non ci aspettavamo», ammette l’avvocato aquilano Vincenzo Calderoni, che con il collega Alessandro Filippi ha difeso Piccoli. Il sacerdote imputato, oggi 57enne, era in aula al momento della lettura del dispositivo. Entro 90 giorni la Corte d’Assise d’Appello di Venezia depositerà le motivazioni della condanna «e da quel momento», precisa lo stesso Calderoni, «avremo 45 giorni di tempo per proporre un nuovo ricorso davanti alla Corte di Cassazione, che dovrà valutare se quelle motivazioni sono conformi al suo dictum».
il processo-bis
Al processo-bis celebrato a Venezia si era arrivati dopo la sentenza della Cassazione che, nel marzo 2023, aveva annullato la condanna a 21 anni e mezzo pronunciata, a Trieste, dalla Corte d’Assise d’Appello, che aveva confermato, in secondo grado di giudizio, l’analoga sentenza della Corte d’Assise. Don Paolo Piccoli resta in libertà. «Non è stato avanzato nessun tipo di istanza cautelare», come precisa il suo legale. L’avvocato Calderoni, nel testimoniare lo stato d’animo del sacerdote dopo la lettura della sentenza, parla di «un uomo di fede che sostiene che questa sia la volontà del Signore, la croce che deve portare». Un discorso «che sotto il profilo psicologico è tutto sommato efficace», constata il difensore, «perché vedo che comunque don Piccoli regge, malgrado queste vicissitudini non siano facili da sopportare».
«la mia passione»
«I prossimi giorni per me saranno di passione, come quelli vissuti da nostro Signore prima della Pasqua di Resurrezione», aveva dichiarato il sacerdote meno di una settimana fa. Il motivo principale dell’annullamento della precedente sentenza di condanna, da parte della Corte di Cassazione, era stato rappresentato dalla mancata ammissione dei consulenti di parte. La consulenza autoptica che aveva riscontrato la rottura dell’osso del collo e gli accertamenti dei Reparti investigativi speciali sulle tracce di sangue trovate sul letto della vittima non sarebbero, insomma, stati ammissibili. Erano accertamenti cosiddetti irripetibili, ma don Piccoli non era stato avvisato quando erano stati disposti perché non ancora iscritto nel registro degli indagati.
la linea difensiva
Per la difesa dell’unico imputato, la rottura dell’osso del collo potrebbe essere avvenuta in occasione dello spostamento del corpo da parte dell’impresa funebre o durante le stesse operazioni autoptiche mentre monsignor Rocco sarebbe morto per una patologia broncopolmonare.
le conclusioni dei giudici
Ma, stando alla condanna ribadita ieri anche da una diversa Corte d’Assise d’Appello, il 92enne è stato strangolato da don Piccoli, introdottosi nella sua camera con l’intenzione di sottrargli alcuni oggetti sacri e una catenina. Il 25 aprile di 10 dieci anni fa, ad accorgersi del corpo esanime di monsignor Rocco, che era stato a lungo parroco di Santa Teresa, fu la perpetua Eleonora Laura Di Bitonto. Piccoli era, infatti, il vicino di camera dell’anziano confratello sacerdote. In un primo momento si pensò a una morte naturale. L’accusa di omicidio arrivò soltanto all’esito dell’autopsia, che riscontrò, per l’appunto, la rottura dell’osso ioide all’altezza del collo e la presenza di lesioni riconducibili a un’azione violenta. Manca, ora, l’ultima parola da parte dei giudici della Corte di Cassazione su una vicenda processuale lunga e complessa, che ha avuto una risonanza nazionale.
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