Profughi in fuga da Sulmona

In 5 hanno lasciato il centro di accoglienza per raggiungere la costa, bloccati dai carabinieri
SULMONA. Si erano allontanati dal ricovero che li ospitava a Sulmona, probabilmente spinti dal desiderio di raggiungere la costa abruzzese. E poi da lì il Nord Europa per sfuggire dalle atrocità della guerra che sta sterminando il loro Paese.
Cinque giovani africani provenienti dalla Somalia, sono stati fermati ieri mattina, alle porte di Popoli, sulla Statale 17. A bloccarli nei pressi delle sorgenti del fiume Giardino, i carabinieri della locale stazione, che insieme alla polizia municipale e all’aiuto di un’interprete hanno cercato di scoprire, non senza difficoltà, da dove arrivassero e quale fosse la loro destinazione. Dopo aver fatto i dovuti accertamenti e contattato la prefettura dell’Aquila, i carabinieri, coordinati dal capitano Antonio Di Cristofaro, hanno accertato che si trattava di una parte del gruppo di profughi ospitato a Sulmona. I cinque somali erano usciti di prima mattina dalla casa lungo corso Ovidio, che li ospita insieme a un’altra trentina di migranti, 12 dei quali (quasi tutte donne e bambini), erano arrivati provenienti dalla Nigeria dai primi di maggio. I profughi, infatti, non sono sottoposti ad alcun controllo da parte delle forze dell’ordine e possono circolare liberamente all’interno del territorio comunale che li ospita. Così è stato per loro un gioco da ragazzi lasciare il ricovero per incamminarsi verso Popoli dove sono stati notati da alcuni residenti che hanno immediatamente avvisato i carabinieri e la polizia municipale. Dopo essere stati rifocillati, (hanno camminato per l’intera mattinata per oltre20 chilometri sotto il sole cocente), i cinque somali sono stati riaccompagnati nella struttura sulmonese dove sono ospitati.
Da un primo controllo effettuato dalle forze dell’ordine, sembrerebbe che mancherebbero all’appello altri tre giovani, anche loro provenienti dalla Somalia, i quali si sarebbero allontanati da Sulmona nel pomeriggio di lunedì facendo perdere le loro tracce.
Claudio Lattanzio
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