Quegli spari 70 anni fa in piazza a Celano sui martiri del lavoro

30 Aprile 2020

Le lotte contadine nel Fucino e un agguato rimasto senza colpevoli  Morirono Agostino Paris e Antonio Berardicurti, dodici i feriti

CELANO. Questa è una storia di sangue e fango, di mani callose e di ingiustizie, quelle che già Ignazio Silone faceva mirabilmente emergere nella sua Fontamara, l’opera dei cafoni. Il sangue è di due contadini in cerca di un lavoro per un tozzo di pane e un bricco di latte, martiri di quello che è conosciuto come l’eccidio di Celano. Il fango e la polvere che si alternano, come nel Fucino e le sue stagioni, sono le incrostazioni che da decenni ricoprono questa tragedia dei contadini, uno dei tanti misteri italiani senza verità e colpevoli.
IL FATTO. È una domenica di 70 anni fa e siamo in piazza IV Novembre a Celano. La folla di mani callose è radunata da ore. Aspetta che la Commissione di collocamento, che stabilisce il turno di lavoro per i braccianti, faccia conoscere gli elenchi di coloro che il giorno appresso dovranno andare a spaccarsi la schiena nei campi del Fucino, a zappare, vangare o immergersi nella melma dei fossi. Alle 18, non trovando l’accordo tra le forze politiche e sindacali, la Commissione viene sciolta. C’è tensione, accumulata dalla miseria e da un malessere sociale che da mesi serpeggiano rumorosi soprattutto nel Sud d’Italia e nella Marsica. Perché si susseguono scontri tra agrari e braccianti affamati. Alle 20, nella piazza dove i tanti contadini si sono fermati a discutere, arriva una camionetta di carabinieri chiamata dall’allora vicesindaco Angelo Tropea. Il maresciallo e quattro sottoposti prima allontanano alcuni contadini coi calci dei fucili e poi aprono il fuoco. E dal lato opposto della piazza, mentre i radunati si buttano a terra tra le pallottole che sibilano, altri colpi di arma da fuoco vengono esplosi da gruppi di residuati fascisti. «Scappem, cu è succes, en sparat»: la folla fugge impazzita ma sul selciato restano i corpi di due braccianti, Agostino Paris, che aveva 45 anni, e Antonio Berardicurdi, di dieci più giovane. Dodici i feriti.
IL RACCONTO. Per molti è un agguato premeditato, partito da uno squillo di tromba, nato dalle tensioni pregresse. Un agguato che forse ha Giancarlo Cantelmi come vero obiettivo, all’epoca 24enne e già esponente del Partito comunista italiano, futuro deputato della Repubblica. «Quando sentimmo i colpi gridai di buttarci a terra ma Antonio, che era vicino a me, fu colpito a morte», le parole di Cantelmi in un videoracconto firmato dal giornalista Raffaele Rosati, «quello è stato il giorno della tragedia di Celano. Nella Marsica c’erano un’altissima percentuale di disoccupazione e una situazione di miseria assoluta. Si lottava per costringere Torlonia a sistemare le strade e i canali del Fucino». La povertà contro il latifondo, dunque, nella fertile piana dell’ex lago che arricchiva il banchiere che l’aveva prosciugata e ne era diventato padrone.
IL CONTESTO STORICO. Tempo prima si era costituito il Comitato centrale per la Rinascita della Marsica, un’organizzazione formata da quanti erano pronti ad alzare la testa per le rivendicazioni dei fittavoli e dei braccianti senza terra. Gli affittuari del Fucino erano costretti a pagare canoni elevatissimi, commisurati a produzioni presunte che spesso sfumavano coi capricci del clima, e i contadini potevano transitare solo su alcune strade concesse da Torlonia. È in questo scenario di ingiustizie che si organizza la ribellione. Il 4 febbraio di 70 anni fa le amministrazioni respingono una prima serie di richieste del Comitato, per un immediato inizio dei lavori per la sistemazione delle strade e dei fossi e della liberazione dei ponti. Il giorno dopo Torlonia firma una tregua davanti al prefetto, ma il giorno successivo disconosce l’accordo. La vertenza sfocia nello “sciopero al rovescio”, il 22 febbraio. I lavoratori scendono dai centri abitati nella piana, insieme a mogli e figli, e lavorano alle opere di manutenzione delle strade e dei canali di irrigazione. Un lavoro di civiltà e solidarietà che porta a una dura repressione, col governo De Gasperi che invia reparti della celere in assetto da guerra. Vengono bloccati treni, strade, chiudono le scuole e molti poliziotti, a vigilare nei campi, vengono gettati in pozzi o canali. Alla fine il banchiere Torlonia deve pagare per quei lavori. E proprio dietro a queste aspre tensioni, secondo alcuni storici, si colloca la reazione che porta all’eccidio di Celano, in una data nefasta che oggi si commemora alla vigilia della Festa nazionale del lavoro.
VERSO LA RIFORMA. Il 3 maggio, ai funerali dei braccianti, Celano viene invasa da migliaia di lavoratori provenienti da tutta Italia e nel resto del Paese viene proclamato uno sciopero. C’è anche Giuseppe Di Vittorio, capo della Cgil, che con la sua voce tonante, come ricorderà Gianni Corbi su La Repubblica, «portò la piazza di Celano gremita di cafoni senza terra al punto di rottura. Una sola parola in più, e migliaia di contadini, come nelle peggiori jacqueries, si sarebbero scatenati andando casa per casa a linciare i notabili del paese ritenuti i mandanti della strage. Ma quella parola non fu detta, e Di Vittorio concluse il suo discorso affermando che i contadini del Fucino avrebbero conquistato il feudo di Torlonia solo diventando essi stessi i difensori e i garanti della legalità repubblicana». La storia cambia. A ottobre c’è la riforma agraria e l’anno dopo il governo approva il Decreto di esproprio delle terre del Fucino, vero sigillo a quelle lotte contadine costate il sacrificio senza verità di Antonio e Agostino.
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