«Quei canoni non erano dovuti»: quando dai Map si levò la protesta

Oltre cento cittadini si rivolsero al Tar, ma da sei anni si aspetta la decisione dei giudici nel merito E si avvicina la scadenza del 31 agosto per saldare le bollette di sollecito spedite a migliaia di aquilani
L’AQUILA. Molte bollette di sollecito da saldare entro il 31 agosto prossimo – e arrivate nelle scorse settimane a migliaia di aquilani che abitano negli alloggi del progetto Case e nei Map – riguardano il mancato pagamento (in particolare dal 2016 al 2018) del cosiddetto “canone di compartecipazione” (intorno ai 30 euro al mese). Si tratta di una voce che prima del 2015 non esisteva (anche perché fino ad allora praticamente nessuno aveva pagato le bollette). Secondo il Comune «il canone di compartecipazione per le spese condominiali, stabilito in ragione dei metri quadri dell’alloggio, finanzia, tra l’altro, i consumi dell’energia elettrica». La “voce” spunta nella delibera di consiglio comunale numero 29 del 19 marzo 2015 quando con la Guardia di finanza negli uffici (inviata dalla Corte dei Conti che voleva capire il perché dei crediti non riscossi) il Comune dell’Aquila finalmente si muove, rifà il regolamento “condominiale” e stabilisce quanto gli “inquilini” devono pagare. Da quella delibera scaturirono risultati scarsi sul fronte del recupero dei crediti anche perché molti (e non solo i meno abbienti) si erano ormai abituati a non pagare. La leggenda parla di gente con introiti importanti che avevano, e forse hanno ancora, debiti di migliaia di euro. Quella delibera del 2015 fu subito impugnata davanti al Tar da oltre cento cittadini che abitavano nei Map di San Gregorio, Monticchio, Bagno, Paganica e altri paesi, secondo i quali il canone di compartecipazione se potevano avere una logica nei Piani Case (che sono simili a condomìni con ascensori annessi) non avevano senso per i Map che sono casette singole e che non hanno praticamente servizi in comune se non, e solo in quelli a due piani, una lampadina sulla scala.
IL RICORSO. Nel ricorso del 2015 si legge: «I ricorrenti sono tutti assegnatari di Moduli abitativi provvisori (Map), alloggi realizzati per ospitare le persone rimaste senza casa per effetto del terremoto del 6 aprile 2009. Il ricorso ha per oggetto la delibera 29 del 2015 con cui il consiglio comunale dell’Aquila ha stabilito gli oneri economici degli assegnatari di Map e Progetto Case per l’utilizzo del loro alloggio e, specificamente, ha previsto di porre a loro carico il pagamento della somma di euro 0,60 a metro quadrato a titolo di manutenzione ordinaria. Giova premettere a tale scopo che i Map si configurano strutturalmente come villette a schiera, composte da uno o due piani, ciascuna dotata di un impianto autonomo di riscaldamento. Per tale ragione non hanno parti comuni e si differenziano radicalmente dagli alloggi del Progetto Case che, viceversa, sono compresi in veri e propri condomìni e sono serviti da impianti comuni che necessitano di una manutenzione di natura collettiva: riscaldamento centralizzato, parcheggi condominiali. Inoltre gli alloggi del Progetto Case sono inseriti in piccoli quartiere di nuova costruzione che comprendono opere di urbanizzazione, quali le aree verdi. È d’obbligo, peraltro, riferire che fino ad oggi il Comune non ha eseguito sui complessi Map interventi manutentivi di sorta, tant'è che gli assegnatari si sono sempre autogestiti, pagando di tasca loro i lavori che si rendevano via via necessari (come accaduto per lo spazzamento della neve durante il periodo invernale). La materia del contributo dovuto dagli assegnatari di Map e Progetto Case al Comune dell’Aquila trova la sua disciplina originaria nella ordinanza della presidenza del Consiglio 3945 con cui si è stabilito che fermi restando a carico degli assegnatari le spese per la fornitura delle utenze domestiche nonché gli oneri per la gestione delle parti comuni e quelli relativi alla manutenzione ordinaria e la tassa per lo smaltimento dei rifiuti i Sindaci potevano porre a carico dei predetti assegnatari un canone di locazione».
GLI ONERI. «Quindi» si legge ancora nel ricorso «la norma poneva a carico degli assegnatari tre distinti oneri, ossia: a) consumi individuali; b) manutenzione ordinaria e gestione delle parti comuni; c) canone di locazione. In questo modo, il legislatore ha sancito la netta distinzione tra canone di locazione e spese di manutenzione degli alloggi e delle parti comuni. Tale impostazione era del tutto ragionevole tenuto conto che il “canone” costituisce un importo standard richiesto agli inquilini sulla base delle dimensioni degli alloggi e delle personali condizioni economiche, mentre i costi di manutenzione dipendono dagli interventi che vengono via via disposti in funzione dello stato di usura del bene. Si tratta, quindi, di una spesa che non può essere stabilita a priori perché varia in funzione delle caratteristiche di ciascun complesso Map o Case e, ovviamente, del modo con cui è utilizzato dai suoi inquilini, potendosi tranquillamente dare la possibilità di immobili che non necessitino di interventi di manutenzione perché trattati con cura da chi vi abita».
MANCATA DECISIONE. La sostanza, in pratica, è che centinaia di cittadini, residenti nei Map, sin dal 2015 avevano posto la questione del canone di compartecipazione che ai loro occhi era «una tassa non dovuta». E qui a dire il vero ci si è messa anche la giustizia amministrativa che dopo poche settimane negò la sospensiva della delibera (che quindi era e resta valida) ma a sei anni di distanza non ha ancora deciso nel merito. Molti non hanno pagato (e forse non pagheranno nemmeno dopo i solleciti) perché sono in attesa di sapere dai giudici se il “balzello” è lecito o meno. Un ginepraio infinito. Per raccontare la storia dei “crediti” del Piano case (giunti a oltre venti milioni di euro) ci vorrebbe un romanziere.
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