«Ricostruiamo camminando tutti insieme»

21 Ottobre 2018

L’arcivescovo fa un bilancio dell’anno mariano «La Madonna ci aiuti a risanare le ferite più profonde»

Sull’autobus che ha portato un gruppo di aquilani da Fatima all’aeroporto di Lisbona, alla fine del pellegrinaggio diocesano (15-18 ottobre) il cardinale arcivescovo Giuseppe Petrocchi ha accettato di rispondere ad alcune domande del Centro.
Cardinale Petrocchi, con il pellegrinaggio diocesano a Fatima si è chiuso l’anno mariano che lei ha indetto lo scorso anno. Quale bilancio si può trarre dal punto di vista spirituale e non solo?
«Io ho l’eco che mi è arrivata dai parroci e dalla gente, questa Peregrinatio Mariae dovunque ha sempre riacceso una devozione profonda nel cuore degli aquilani, si tratta di una tradizione mariana secolare che continua a vivere negli strati più forti e intensi dell’anima, quindi ha riportato in superficie qualcosa che scorreva nei sotterranei dell’anima di molti. I parroci mi hanno parlato di una partecipazione commossa, numerosa, convinta. Dove Maria arriva, lì si riaccende la fede e anche la carità viene alimentata così come l’esperienza di comunità. Io lo vado dicendo da tempo che L’Aquila ha bisogno di questa medicina evangelica perché le ferite più profonde che il terremoto ha inferto non sono tanto quelle edilizie – che si vedono e che devono certamente essere riparate nel miglior modo possibile e rapidamente – ma sono quelle nascoste, che non si vedono e per questo sono più difficili da rimarginare».
Come si possono curare le ferite nascoste?
«Si tratta di ferite che non si percepiscono se non si ha uno sguardo attrezzato, se non si possiedono sensori capaci di intercettare questa sofferenza che gente di montagna come gli aquilani mantiene dentro con un senso di riserbo perché è tendenzialmente introversa. Queste ferite dell’anima hanno bisogno di essere curate, di essere sanate perché, se si infettano, generano poi il malessere che si può esprimere in tanti comportamenti chiamiamoli precari o dannosi. Poi c’è bisogno di ritrovare il senso di ciò che è accaduto perché – lo diceva Manzoni – Dio non permette che la pace dei suoi figli venga turbata se non per donarne una più sicura e più grande. Dobbiamo vedere qual è la grazia che è nascosta dentro questa tragedia. Si tratta, certo, di un mistero che però non può rimanere inesplorato ed ecco perché Maria ci accompagna in quest’avventura estremamente seria che deve coinvolgere la persona nella sua interezza, Maria che per prima ha vissuto la tragedia più alta che ci possa essere, di vedere cioè il Figlio morire sul patibolo della Croce. Lei, che sotto la Croce è rimasta in piedi e ha mantenuto la speranza, ci deve aiutare a capire qual è la porta di Resurrezione che a noi e ai nostri cari la Croce del terremoto spalanca. Se si rimane al di qua e la Croce ci resta solo davanti, la Croce non diventa passaggio, e allora si rimane avvolti da un dolore che può togliere il respiro e soffocarci».
Anche da quello che ha appena detto si ha l’impressione che la Chiesa aquilana con lei alla guida si sia voluta far carico più che della ricostruzione materiale della ricostruzione sociale e spirituale della città.
«Io non ho vissuto la prima fase del terremoto che certamente ha visto un impegno eroico di tanti che sono stati in mezzo alla gente e hanno condiviso una fatica enorme dando testimonianza dello “stare accanto”. Come succede in molti eventi tragici c’è una prima mobilitazione che è emotiva più che spirituale e che porta a un forte senso di solidarietà. Ma è noto che le spinte emotive hanno una forma curvilinea, c’è un punto di massima intensità e poi c’è un calo progressivo. È per questo che alla dimensione emozionale, fondamentale nelle prime fasi, bisogna sostituire un impegno di tipo spirituale, ma anche culturale. In questo la Chiesa ha un compito primario, non nel senso che si vuole sostituire ad altri soggetti della ricostruzione ma nel senso che dev’essere protagonista e, per quello che le è proprio e che può, sollecitare altri tipi di coinvolgimento perché se viene rifatta la città ma non vengono ricostruiti, diciamo così, i cittadini, la città rimane uno spazio logistico, una sorta di termitaio, un luogo in cui non c’è condivisione civica. Dal punto di vista ecclesiale non basta che le persone si rialzino, ma devono camminare insieme stringendosi una all’altra, tenendosi per mano perché l’evento che è stato vissuto, traumatico, non può essere superato se non c’è il Noi, il Noi Chiesa ma anche il Noi società che diventa coesione civica. Allora a me sembra e vorrei sottolinearlo, che L’Aquila non ha un compito solo per L’Aquila, la ricostruzione “intera” degli aquilani, sia quella urbana che quella spirituale, psicologica, civica, non serve solo all’Aquila, ma ha una funzione universale, dev’essere utile ad altri. Quando siamo messi alla prova Dio ci dà delle Grazie non solo per riscattarci ma per risorgere. L’evento che ci ha coinvolto e ci coinvolge ha un significato più largo del semplice perimetro geografico. Io L’Aquila la vedo come città simbolo, città che è stata colpita ma non è stata atterrata, città che ha qualcosa da dire a tutti coloro che si sono trovati o si potrebbero trovare nelle stesse condizioni, pensiamo per esempio alle popolazioni vicine, sorelle, del Centro Italia. L’Aquila è una città capoluogo, che ha una storia profonda, il suo compito è quindi di vivere un’esperienza che possa essere di luce ad altri, esempio di come si reagisce a una catastrofe, di quali sono le strade da percorrere e quelle da evitare e quali sono gli strumenti da mettere in campo. Bisognerebbe, e ne parlavo anche in ambito Cei (Conferenza episcopale italiana) tirare fuori dei percorsi formativi per persone che si mobilitino laddove si determinino altri fatti penosi e mi riferisco non solo al primo soccorso, fondamentale, ma anche al come stare vicini alla gente nel lungo periodo e questo non si improvvisa, ci dev’essere una “attrezzatura” che presuppone un itinerario. Sarebbe importante, quindi, che dagli avvenimenti che sono stati vissuti all’Aquila si ricavino delle linee per l’intera società indicando strade che noi abbiamo, come dire, scoperto, e che mettiamo a disposizione per essere di luce e di conforto».
Uno dei nodi del post-sisma, 10 anni dopo, è la ricostruzione del Duomo che si lega anche a una possibile visita del Pontefice. Qual è la situazione?
«Innanzitutto bisogna dire, e credo che questo gli aquilani lo capiscano bene, che il Papa non può arrivare all’Aquila con un Duomo ancora dissestato, perché la prima cosa che un pastore fa è andare a visitare la Cattedrale. Fino a che il Duomo non conosce una ricostruzione vera non si può chiamare il Santo Padre a essere testimone di un’opera non avviata, non dico compiuta. Poi che il Duomo debba trovare le vie per una rapida cantierizzazione noi lo stiamo dicendo da molto tempo. Penso che le istituzioni locali si siano mobilitate, ci sia buona volontà e c’è anche un’intesa. Il problema credo sia molto legato ad apparati giuridici che non sempre si sono armonizzati, anzi, a volte, si sono sovrapposti creando labirinti normativi nei quali è più facile perdersi che trovare vie di uscita. Mi auguro che rapidamente si possa giungere al momento in cui il desiderio (la visita del Papa, ndr) di tutti non rimanga un sogno ma possa avere tratti concreti».
Lei da qualche mese è stato nominato cardinale da Papa Francesco. Come sono cambiati la sua vita e il suo ministero pastorale all’Aquila?
«Il cardinalato, lo abbiamo detto sin dall’inizio e in piena sintonia con Papa Francesco non va inteso nel senso di una titolarità onorifica, una sorta di ascesa nei gradi della gerarchia, ma invece va inteso come una chiamata a servire di più e a servire meglio e quindi se dovessimo indicare una direzione non è verso l’alto, ma verso il basso cioè assumere lo stile di Gesù che lava i piedi. Il Papa ha ripetuto tante volte che il colore della porpora è da intendere come segno di un martirio che si è chiamati a vivere non soltanto a titolo personale, ma insieme. Il primo punto che avverto nel mio cardinalato è proprio lo stare insieme con il Papa, il collegio cardinalizio è un presidio di unità che si stringe al Pontefice e gli garantisce una collaborazione piena, senza condizioni proprio perché il Santo Padre possa svolgere il suo servizio avvalendosi anche di questo aiuto nella misura in cui lo ritiene opportuno. Poi il cardinalato qui all’Aquila significa ancora di più prendere coscienza di una vocazione di tutta la Chiesa aquilana a essere una Chiesa che sia via Lucis perché chiamata a una funzione profetica, di annuncio e testimonianza. Funzione che deve avere anche la società aquilana. Essere cardinali all’Aquila significa quindi mettersi a servizio – insieme – di questa impresa che io sento come una chiamata da parte della Provvidenza. Mi sembra poi che nella società attuale essere cardinali significhi impegnarsi in un ambiente che culturalmente ha perso i valori cristiani e umani e quindi perde anche qualità di vita perché il Vangelo non solo ci consente di essere figli di Dio, ma ci aiuta anche ad affrontare l’esistenza nel senso integrale della nostra umanità. L’epoca attuale della comunicazione immediata e totale mi sembra l’epoca in cui aumenta il tasso di isolamento e solitudine; più che una società di social sembra una società di soli in cui non si riesce a stare insieme perché il contatto non sempre è sinonimo di incontro. In tutto questo, è necessario riproporre il Vangelo come via di riscatto spirituale e di crescita nella figliolanza divina, come cammino di umanizzazione, come un servizio a tutti perché ciascuno possa diventare se stesso in senso pieno. Essere cardinali significa diventare – per quello che è possibile e non da solo, ma insieme – soggetto che impegna la propria esistenza per far sì che la vita possa essere migliore e ciascuno, ritrovando se stesso, possa vedere accresciuta la sua capacità di incontro».
Può rassicurare gli aquilani sul fatto che lei resterà ancora a lungo all’Aquila?
«Questo non dipende da me, ogni vescovo e ogni cardinale è a servizio della Chiesa universale anche se vive in una Chiesa particolare e quindi tutto sta a quello che il Papa chiede di fare. Vescovi e cardinali non ricevono la propria missione da se stessi, ma dalle mani del Santo Padre. I segnali che arrivano sono che la mia missione continua a essere, per volontà di Papa Francesco, quella di arcivescovo dell’Aquila e quindi di cardinale che resta nella sua sede di ministero e che dall’Aquila è chiamato, come può, come sa fare e con la migliore buona volontà, a essere a servizio anche di altri ruoli che possono essere assegnati e che non sono alternativi, ma che si integrano con il ministero all’Aquila».
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