Ricostruire storie con 150 studiosi dall’Italia

9 Maggio 2019

Tre giorni di riflessioni coi presidenti delle Società. Mascilli Migliorini: «Cresce la domanda di passato»

L’AQUILA. Prende il via nel pomeriggio, dalle 15, nella prestigiosa sede di palazzo dell’Emiciclo, la XVI assemblea annuale della Società italiana per la storia dell’età moderna (Sisem): “Ricostruire storie”. Da oggi, fino a sabato, convergeranno in città gli oltre 150 presidenti di tutte le Società storiche italiane.
«L’obiettivo è una riflessione plurale con linguaggi trasversali», come spiega Silvia Mantini, del direttivo Sisem e docente di Storia moderna dell’Università dell’Aquila, «la tre giorni si colloca all’interno di un dibattito nazionale importante, che ha visto la raccolta di migliaia di firme attorno all’appello, lanciato da Andrea Giardina, presidente della Giunta centrale degli studi storici, dalla senatrice Liliana Segre e dallo scrittore Andrea Camilleri, dal nome La storia è un bene comune». Al convegno prenderà parte il presidente della Società, Luigi Mascilli Migliorini (Università L’Orientale di Napoli), che ha voluto spiegare ai lettori del Centro l’importanza della storia.
A che cosa serve la storia?
«A nulla, si dice da più parti. Eccesso di presente, si aggiunge: quasi che la storia fosse solo una commovente operazione di conservazione del ricordo e non nascesse, piuttosto, dal presente, dal suo interrogarsi su se stesso. E il presente, infatti, ci restituisce l’altra parte della questione. Studenti inappetenti nelle aule scolastiche si consegnano alle rievocazioni storiche offerte dalle serie Fantasy. Sognano gladiatori o Troni di spade con la stessa passione con la quale altre generazioni si mescolavano alle avventure dei Tre moschettieri o a quelle di Robin Hood».
Alla luce di queste considerazioni, qual è il significato di “Ricostruire storie” e perché all’Aquila, a 10 anni dal terremoto?
«È parso, questo tema, il modo migliore per aderire fortemente alla vicenda di una città che ha visto in pochi minuti sconvolte le zolle profonde del suo passato, sbriciolarsi le memorie individuali e collettive. Ma ha poi voluto riappropriarsi di ciò che, in un attimo, aveva assunto la forma di rovine e restituire a esso la dignità di storia, non nascondendo la ferita subita, ma incorporandola in una durata lunga del proprio tempo storico. Ricostruire storie si annuncia, dunque, come un confronto sui modi diversi con i quali, oggi, è possibile raccogliere quei frammenti».
Qual è il modo migliore di trasmettere la storia?
«Le metodologie dello “storico” professionale, ma anche dell’architetto, dello storico dell’arte, del “restauratore”, tutti confrontati al crocevia di ciò che si può o si deve “salvare” e ciò che occorre lasciare, non meno giustamente, all’oblio. E con essi altre modalità di trasmissione del passato: la scuola, la manualistica storica e la sua didattica, ma anche gli allestimenti museali, le forme di comunicazione pubblica della storia. E poi i cantieri di ricostruzione del passato che oggi investono vecchi e nuovi “media”: giornali, cinema e televisione in primo luogo, dove fiction e realtà giocano in una maniera talvolta disorientante, ma sempre stimolante».
C’è una crisi della storia?
«Ricostruire storie vuole essere una risposta sia alla crisi della storia sia alla domanda di passato che, contraddittoriamente, sembra crescere tutto intorno a noi. E vuole essere anche la proposta di una storia come racconto plurale, frutto non isolato e specialistico, ma, piuttosto, di un’alleanza di saperi e di linguaggi diversi che non si combattono tra loro, ma convergono nel mantenere forte il rapporto passato-presente».
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