Ricostruzione, la ’ndrangheta ci provò

3 Settembre 2020

Ordinanza della Corte di Cassazione conferma il tentativo d’infiltrazione di una cosca negli appalti privati post sisma

L'AQUILA. La corte di Cassazione con una ordinanza pubblicata ieri ha confermato che nell'immediato post sisma ci fu un importante tentativo della 'ndrangheta di accaparrarsi gli appalti della ricostruzione privata. I giudici dell'Alta Corte hanno infatti dichiarato inammissibile il ricorso di Francesco Ielo, 67 anni, di Reggio Calabria, che era stato condannato in primo grado, nel 2016, e in Appello, nel 2019, a sette anni di reclusione con l'accusa di avere contatti con una cosca calabra.
La difesa di Ielo contestava ai giudici di Appello il fatto di «non aver adeguatamente chiarito in cosa siano consistite le condotte dell'imputato a favore delle cosche Caridi-Borghetto- Zindato, condotte non sufficientemente chiarite neppure dal collaboratore di giustizia Francesco Oliverio». Per L'Alta Corte il ricorso va dichiarato inammissibile e si dà atto ai giudici di secondo grado che nella sentenza «nessuna manifesta lacuna o incertezza emerge, avendo la Corte territoriale puntualmente evidenziato i riscontri disponibili rispetto alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia, sia quanto all'esistenza della cosca, sia quanto alle attività svolte dall'imputato per favorirne l'infiltrazione nelle opere di ricostruzione aquilana. Parimenti adeguata e non illogica è la motivazione posta a sostegno dell'affermazione relativa al dolo di reato».
La inammissibilità viene poi motivata col fatto che «il ricorso contesta l'adeguata ricostruzione operata dai giudici del merito. Secondo il costante insegnamento di questa Suprema Corte, esula dai poteri della Corte di cassazione quello di una rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è, in via esclusiva, riservata al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali».
La vicenda che si è conclusa con la decisione della Cassazione, nel 2011 (quando fu avviata l'indagine) fece molto scalpore in città. Infatti fra gli indagati c'erano anche altre persone, fra cui aquilani, sospettate di essere state i “cavalli di Troia” per far sì che la malavita organizzata potesse mettere le mani sugli appalti milionari della ricostruzione privata nella fase immediatamente successiva al sisma. Sia in primo che in secondo grado gli imputati aquilani furono scagionati perché i loro comportamenti furono considerati del tutto in buona fede. In sostanza, secondo quanto accertato, non immaginavano di avere a che fare con la 'ndrangheta. L'unico condannato fu appunto Francesco Ielo. Così i giudici di primo grado motivarono la condanna di Ielo: «Sussiste piena prova anche della consapevolezza, in capo a Ielo, non solo dell’esistenza della cosca, degli obiettivi della stessa e dei collegamenti della medesima a Caridi Santo Giovanni, ma anche di contribuire, con la propria condotta, ad agevolare il sodalizio consentendo il raggiungimento degli scopi prefissati. Nemmeno possono trascurarsi», si leggeva nelle motivazioni di quella sentenza, «le origini calabresi dello Ielo che escludono che lo stesso potesse essere all’oscuro dell’operatività di una cosca ’ndranghetista di tanto rilievo oltre alla conoscenza da lunga data, fin dall’infanzia, di Caridi Santo Giovanni, che depone per la piena consapevolezza del ruolo dello stesso nell’ambito del sodalizio».
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