«Ricostruzione, un’occasione perduta»

Il San Filippo? Dovrebbe tornare luogo di culto. Stadio Acquasanta? E’ a 70 metri dai loculi. Auditorium di Piano? Una baita
L’AQUILA. L’avvocato Paolo Scopano oggi ha 85 anni. Negli anni settanta del secolo scorso, è stato a lungo assessore all’urbanistica. E un profondo conoscitore della città, della sua storia e in particolare degli uomini che l’hanno guidata nel secondo dopoguerra. Il suo è oggi uno sguardo ancora appassionato e in questa intervista parla delle tante cose che non gli piacciono e di come viene gestita la ricostruzione della città.
Avvocato Paolo Scopano, a cinque anni dal sisma la ricostruzione è avviata, ma sembra che si stia facendo tutto in maniera non programmata e senza una idea precisa su che cosa deve essere la città da qui a venti anni. Lei cosa ne pensa.
«Torno a ripetere che si è perduta l'occasione per riconsiderare il ruolo della città e le sue funzioni in ambito regionale. Dopo il terremoto tutti avevano riconosciuto l'importanza del suo centro storico. Sicché non sarebbe stato difficile porre mano alla sua ricostruzione adottando norme attuative non tradizionali che consentissero di ricercare di volta in volta la migliore possibile soluzione nel rispetto assoluto del suo patrimonio storico, artistico ed ambientale e del territorio, inteso come risorsa non rinnovabile. Discrezionalità che avrebbe dovuto trovare i suoi rigorosi limiti interni nella sensibilità culturale e nell'altissima professionalità dei progettisti e degli operatori chiamati ad esercitarla.
Contemporaneamente sarebbe stato necessario prevedere il risanamento di una periferia enorme e degradata non compatibile con la cultura che avrebbe dovuto esprimere un capoluogo di Regione. In buona sostanza una sorta rottamazione generalizzata utilizzando come case parcheggio i manufatti realizzati per fronteggiare l'emergenza. Tutto ciò non è stato neppure ipotizzato. Del resto già negli anni Ottanta del secolo scorso si era accuratamente evitato di realizzare il Prg – sovradimensionato – attraverso piani pluriennali di attuazione».
Si è parlato molto della riscoperta di Porta Barete.Non ritiene che sia un intervento del tutto slegato, verrebbe da dire occasionale, che valorizza un angolo della città ma che non viene inserito in un contesto più ampio di recupero dell'antico tessuto urbano cittadino?
«Il caso di Porta Barete si ricollega a quanto già detto. Si trattava di delocalizzare gli edifici posti a ridosso delle mura cittadine – vedi anche Porta Leone, Consiglio Regionale – anche sacrificando aree pubbliche di pregio. Così per il risanamento del Viale della Croce Rossa saccheggiato fin dagli anni Ottanta del secolo scorsoquando si lasciò decadere l'idea di un piano di recupero dell'intera zona».
Lei nel 1972 - così riportarono i giornali del tempo- da assessore all'Urbanistica fece approvare la decisione di riaprire al culto la chiesa di San Filippo di proprietà del Comune. E' sempre di quella opinione?
Certamente, ma non lo credo possibile. Prevarrà come sempre l'accattonaggio del consenso immediato. Comunque sono lieto che la Direzione Beni Culturali abbia finalmente scoperto che "il presbiterio e tutto il suo preziosissimo apparato decorativo barocco" erano "occlusi alla vista di chiunque". Ma non c'è da meravigliarsi. Nei primi anni Sessanta del secolo scorso un Sindaco in campagna elettorale proponeva di abbattere la Chiesa di San Filippo per realizzare sul posto un mercato coperto. Eppure dovrebbe essere chiaro a tutti che L'Aquila non ha altre risorse economiche al di fuori dei i suoi monumenti».
Altra questione di cui si parla molto. Lo stadio di Acquasanta. Lei mostrò molte perplessità su quel progetto. Oggi come valuta la situazione?
«Fortunatamente l'ex stadio del rugby non è stato mai utilizzato per l'attività agonistica a causa delle sue dimensioni non regolamentari. Perciò sarebbe stato doveroso destinarlo con una minima spesa ad attività sportive poco rumorose ed a bassa frequenza di pubblico – campi di tennis, palestre eccetera – Sicché non riesco a spiegarmi come sia stato possibile pensare di trasformarlo in uno stadio di calcio per 6800 spettatori con tribune a circa 70 metri dai loculi del cimitero.
Lei, essendo persona molto schietta non risparmia critiche anche al mondo dell'informazione locale. Perché?
La vita di una città non è solo cronaca e nomi in corsivo. E neppure esibizione o celebrazione di capacità immaginarie. Esiste anche un dissenso che l'informazione non sempre esprime in forma adeguata appiattendosi sugli indirizzi dell'Amministrazione. Il caso della “baita” sistemata alla meno peggio al Parco del Castello o del nuovo stadio di calcio ne sono un esempio eclatante. Dobbiamo sperare che non mettano le mani anche sul Parco del Sole.
Quale futuro dal punto di vista economico lei prevede per L'Aquila?
«Spero soltanto in un improbabile ravvedimento operoso». (g.p)

