Rispunta il diario di prigionia del militare Vinicio Palmerini

Il figlio Goffredo: «In un piccolo quaderno ritrovato per caso in un baule mio padre racconta la cattura da parte dei tedeschi dopo l’8 settembre, il campo di concentramento e la liberazione»
L’AQUILA. Un racconto “in diretta” della tragica esperienza degli internati militari italiani nei lager della Germania nazista. L’autore è Vinicio Palmerini di Paganica, deceduto nel 1988, padre dell’ex vice sindaco, giornalista e scrittore Goffredo Palmerini. Vinicio passò 14 terribili mesi di prigionia, dal febbraio 1944 al 23 aprile 1945. «Quella dura esperienza», scrive il figlio Goffredo, «iniziata in Grecia dopo l'8 settembre 1943, è raccontata succintamente in un piccolo quaderno finora inedito che è stato ritrovato l'8 gennaio scorso in un piccolo baule – contenente vecchie lettere, cartoline, carte e documenti di famiglia – recuperato dall'abitazione di Paganica dopo il terremoto del 6 aprile 2009 e rimasto finora accantonato». Ecco alcuni passaggi di quel racconto.
LA CATTURA. «Dopo l’armistizio dell’8 settembre, i tedeschi disarmarono l’esercito Italiano. Io mi trovavo oltremare e precisamente in Grecia, quindi il nostro disarmo è avvenuto sei giorni dopo, cioè il 14 settembre. Un maggiore e un tenente tedesco ci dicono: “il generale Badoglio ha tradito l’Italia consegnandola nelle mani degli angloamericani, però con un solo vostro proposito potrà ancora essere liberata e i suddetti buttati fuori dall’Italia. Il vostro proposito sarebbe quello di firmare quali combattenti a fianco dell’esercito tedesco, il quale a sua volta pensa a condurvi in Italia per liberare la vostra terra dall’invasore”». Nessuno aderì, sottolinea Vinicio, e quindi «dopo essere stati disarmati ci hanno condotto in un recinto e con le guardie all’intorno, da non poter più muoversi altrimenti ci sparavano addosso».
IL LAGER. Dopo alcune vicissitudini il 25 aprile 1944, scrive Vinicio Palmerini, «mi hanno mandato al IV B, cioè un campo di concentramento dei prigionieri di ogni razza e nazione. Ci hanno condotti nel campo degli italiani, ne hanno messi 300 per baracca e si dormiva lì dentro come le sardine dentro un bidone. Quindi dopo sei giorni mi sono fatto mettere in uscita per andare al lavoro come fabbro. Il primo maggio mi mandano in fabbrica, il 2 mi conducono al lavoro. Al posto di fare il fabbro devo fare il facchino, portando casse in spalla di ogni dimensione. Non ci reggevamo in piedi dalla fame e con tutto ciò si prendeva qualche pugno, spintoni d’ogni genere, e ho resistito tre mesi e mezzo. Poi sono stato colto da pleurite e di nuovo ricoverato allo stesso ospedale e precisamente il giorno del mio compleanno, il 18 agosto 1944, col peso di 49 chilogrammi».
LA LIBERAZIONE. Fra la fine di marzo e i primi di aprile 1945 «incominciano a sentirsi buone novità. Gli alleati, compresi i russi, avanzano su tutti i fronti e si sperava che presto fossero arrivati a liberare anche noi dalle sofferenze d’inferno. Giunti verso il 15 di aprile, incominciamo a sentire durante la notte i primi colpi d’artiglieria ma lontani, però la sirena era quasi in continuo allarme e tutto il giorno; questo rombo di cannoni man mano si faceva sentire più forte. Il 20 aprile alla mattina alle 5 mi alzo e vado fuori, le guardie si preparavano per andare via. Dopo circa tre quarti d’ora si sentono le mitraglie che cantano intorno al paese. Dopo un po’ sentiamo le prime raffiche dentro l’ospedale, poi forti grida. Allora si balza tutti fuori».
IL RITORNO. «Mesi dopo la liberazione, sul finire dell’estate 1945», dice oggi Goffredo Palmerini, «scheletrito e lacero, mio padre arrivò a Paganica dopo un lungo viaggio, in parte fatto a piedi o con mezzi di fortuna. Mi auguro davvero che la testimonianza di Vinicio Palmerini, nella sua stringata ma illuminante essenzialità, possa contribuire a far meglio conoscere la resistenza opposta al nazifascismo dagli internati militari italiani, il loro sacrificio e la loro dignità».
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