Sangue infetto, stangata per il ministero

28 Dicembre 2019

Paziente della Valle Roveto morto a 49 anni, contagiato dall’epatite C dopo una trasfusione: agli eredi danni per 1,3 milioni

AVEZZANO. Muore a causa del contagio da epatite C dopo le trasfusioni in ospedale. Il tribunale condanna il ministero a un maxi risarcimento nei confronti degli eredi. È questo l’esito di una battaglia legale contro lo Stato italiano intrapresa dai figli di un paziente marsicano, della Valle Roveto, morto a 49 anni dopo venti di malattia. Il giudice del tribunale dell’Aquila, Emanuele Petronio, ha emesso una sentenza di condanna al risarcimento di circa un milione e 300mila euro, compresi gli interessi.
I fatti risalgono al 1983 quando il marsicano fu sottoposto a una trasfusione di sangue all’ospedale di Brescia. Aveva infatti subito un intervento chirurgico di sostituzione della valvola aortica. Dopo alcuni anni aveva preso coscienza di aver contratto di infezione della Hcv, l’epatite C, correlata alle emotrasfusioni. Era stato avviato un processo contro il ministero della Salute responsabile di aver omesso di vigilare sulla sicurezza del sangue nonostante all’epoca erano state già acquisite le conoscenze scientifiche e gli strumenti di controllo sul sangue e sugli emoderivati. Ministero accusato anche della tardiva approvazione di un piano nazionale per il sangue. Il ministero si era opposto alle richieste di risarcimento della famiglia, assistita dall’avvocato Rosario Scicchitano, eccependo la prescrizione e sostenendo che non c’erano prove della presunta colpa dell’amministrazione e non c’era il nesso causale tra eventuali omissioni e i danni causati al paziente. Era stata disposta una consulenza medico legale al fine di accertare il nesso di causalità tra l’infezione e le trasfusioni ma anche per capire se il contagio fosse stato la causa della morte del marsicano, avvenuta a marzo del 2003. La richiesta nei confronti del ministero era già prescritta, ma dopo la morte, secondo il giudice, si era creato un nuovo evento e di conseguenza un altro decorso di prescrizione. Così durante il processo, la relazione tecnica del Ctu aveva confermato che all’epoca, oltre alla mancanza di test idonei a identificare il virus, non era accurata la selezione dei donatori e non venivano ricercati i cosiddetti test surrogati, come i livelli di transaminasi ad esempio, che avrebbero quantomeno ridotto il rischio di infezioni. Secondo la consulenza disposta dal tribunale dell’Aquila, il ministero avrebbe dovuto effettuare tutte le accortezze necessarie al fine di ridurre i rischi di contagio, avviando controlli sulla sicurezza del sangue visto che da anni era nota la pericolosità. Proprio la mancanza di vigilanza sulle strutture operative competenti ha determinato la responsabilità del ministero anche per le infezioni che all’epoca non erano ancora conosciute. Per tale motivo è stata emessa la sentenza che condanna il ministero al risarcimento di circa un milione e 300mila euro ai figli del paziente deceduto.
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